mercoledì 6 giugno 2012

«Cinque colpi di pistola per farla tacere»


Attirata in trappola e
massacrata in auto con cinque
colpi di pistola alla pancia e al petto. Il clan, come nelle migliori tradizioni tribali, ha poi fatto sparire
il corpo per non lasciare tracce. Da
Ponticelli fu portata senza vita a
Sant’Antimo dove i fedelissimi del
boss l’hanno fatta sparire per sempre. La fine di Anna Sodano è sta
per anni tenuta nascosta dal clan
Sarno ma alla fine, quegli stessi
capi che si sono “palleggiati” la responsabilità da una parte all’altra
hanno dovuto cedere e raccontare il “vile” omicidio. Nelle logiche,
solo teoriche della camorra, donne e bambini non si toccano. Ma
più volte è stato così e chi credeva nella “onestà” della camorra si
è dovuto ricredere anche se il più
delle volte ha fatto finta di non vedere. Per quel delitto infame, motivato dalla voglia di tappare la
bocca ad una aspirante collaboratrice di giustizia, sono stati raggiunti da una ordinanza di custodia cautelare tre persone mentre
altre tre sono indagate a piede libero. Antonio Ippolito è stato l’esecutore materiale, Raffaele Cirella
portava l’auto mentre Stefano Ranucci ha fatto sparire il cadavere.
Il gip non usa mezzi termini per
descrivere quell’atroce delitto.
La svolta è arrivata a dodici anni
dalle sue ultime notizie. Si era
sempre creduto che la sparizione
di Anna Sodano fosse legata a
qualche fatto di camorra, lei che
era la donna di un camorrista e
che faceva parte a pieno organico
del clan Sarno di Ponticelli, quando la cosca faceva i primi concreti passi verso la conquista di tutta Napoli. Nessuna certezza, solo
ipotesi non confortante da nessuna dichiarazione che potesse aiutare inquirenti ed investigatori. La
donna, che gestiva con il marito
affari di droga, decise di cambiare vita e di iniziare a parlare dei
fratelli Sarno e dei suoi maggiori
affiliati aprendo uno squarcio nella solida cosca che poteva vantarsi, prima di allora, di non avere collaboratori al suo interno. Quella
donna, dopo i primi verbali segretissimi, che fecero scuotere la
compagine criminale, come mai
nessun blitz aveva fatto prima, era
un pericolo. Andava avvicinata,
raggiunta e ammazzata. Così a distanza di 12 anni quel caso non è
più catalogato come lupara bianca o addirittura come allontanamento volontario, ma come omicidio e l'inchiesta è stata riaperta. Il primo a parlarne fu Vincenzo
Sarno detto “Enzuccio”, ex capoclan della cosca che era guidata
dai fratelli Giuseppe “'o mussillo”
e Ciro “'o sindaco”. Come lui stesso ha detto, il suo compito era
quello di curare ed organizzare la
realizzazione di omicidi.