venerdì 22 giugno 2012

Colpo ai “padri” dei clan: 400 anni di carcere


. Due sentenze. Una di primo grado e l’altra d’appello che atterrano i capi storici della camorra
napoletana. Da una parte il gruppo
dei Mazzarella della zona di Forcella,
riorganizzatosi per gestire lo spaccio di droga. Dall’altro i potenti Licciardi dell’Alleanza di Secondigliano ched dal quartier generale della
Masseria Cardone comandono buona parte di Napoli. Ieri in Procura
c’era soddisfazione perché boss storici del calibro di Vincenzo Licciardi
da una parte e Gennaro Mazzarella
dall’altra hanno incassato pene severe che diventarenno definitive solo con la pronuncia della Cassazione
ma che segnano una rotta ben precisa.
IL CLAN MAZZARELLA
Duecentoquarantatré anni. Questo
è quanto i giudici della prima corte
d’Appello di Napoli hanno inflitto ai
19 imputati dell’operazione “Piazza
pulita 2” per il controllo degli affari
criminali della zona di Forcella, sotto l’egida del clan Mazzarella. È l’inchiesta arrivata dopo lo scompaginamento del clan Giuliano e dopo la
maxiretata del 2005. Alla sbarra i
boss della zona coloro i quali sono
considerati i capi incontrastati della
cosca: Gennaro Mazzarella, Angelo e
Antonio Marmolino, Paolo Ottaviano, Biagio Rapicano. Lievi gli sconti di pena, alcune decisioni ribaltate
come quella per Rapicano, assolto in
primo e condannato in secondo grado. Angelo Marmolino, difeso dall’avvocato De Gregorio, ha avuto illivellamento più consistente incassando alla fine 12 anni di reclusione.
Venti anni per Umberto Ponsiglione
e 14 per Giuseppe Del Prete, considerato uno dei capi emergenti della
zona di Forcella. La Dda è riuscita a
scompaginare la cosca di Forcella
non solo con centinaia di arresti ma
con condanne che hanno superato
in totale i mille anni di carcere. Secondo quanto ha stabilito il giudice
in sentenza, gli imputati fanno tutti
parte del clan Mazzarella e ci avevano messo poco a riorganizzare le
“piazze” di droga, pochissimo per
trovare dei sostituti capaci in tutto
e per tutto di gestire la più lucrosa
delle attività del clan, ovvero lo spaccio di sostanze stupefacenti. Così gli
uomini del Roni dei carabinieri e gli
uomini della sezione Pg della Guardia di Finanza diedero esecuzione
all'ordinanza di custodia cautelare
firmata dal giudice per le indagini
preliminari Sergio Marotta.
IL CLAN LICCIARDI
La requisitoria era durata oltre tre ore
nelle quali il pubblico ministero Enrica Parascandolo aveva tratteggiato il profilo dei boss alla sbarra accusati di associazione camorristica
ed estorsione aggravata. Si tratta del
gotha del clan Licciardi che da sempre domina gli affari criminali di
mezza Napoli. Alla sbarra Vincenzo
e Giovanni Licciardi (il pm aveva
chiesto 24 anni, assolto dal traffico
di droga, difeso dall’avvocato Giuseppe Biondi) ma anche insospettabili prestanome. Le indagini prendono spunto dalle indagini che hanno portato nel 2008 a catturare Vincenzo Licciardi “’o chiatto”, boss incontrastato della zona di Secondigliano e inserito nell’elenco dei 30
super latitanti più ricercati dall'interpool. L’unico modo per farlo era
mettere sotto intercettazione tutte
le persone che erano sospettate di
essere vicine alla cosca. Quando fu
braccato (era il 7 febbraio del 2008),
gli inquirenti usarono quelle conversazioni e dato che avevano chiesto
per ogni singolo cellulare captato
l’autorizzazione probatoria al gip, riutilizzarono il tutto decapitando il clan
in una sola notta.
Una maxi-operazione che aveva portato non solo al fermo 38 persone (sei
ordinanze sono state notificate in
carcere in carcere mentre in sei sono ancora latitanti), ma anche al sequestro di quote mobiliari ed immobiliari pari a 300 milioni di euro, un
risultato questo mai ottenuto prima.
Mai nessuna cosca italiana aveva
subito un colpo tale, un sequestro
del genere: adesso il clan Licciardi è
privo di uomini e soprattutto di soldi e sarà difficile che si riorganizzi in
tempi rapidi. L’ordinanza di 478 pagine era stata firmata dal gip Luigi
Giordano. In carcere finirono tra gli
altri Giovanni e Pietro Licciardi, i due
figli del boss defunto Gennaro “’a scigna”, il presunto capoclan Gennaro
Cirelli, che aveva preso il posto di
Vincenzo Licciardi.