venerdì 8 giugno 2012

«Così massacrammo il pentito Scala»


Aveva cominciato a descrivere i traffici di droga tra un gruppo di affiliati del clan
Sarno, capeggiati da Antonio De Luca Bossa, e i componenti di un’organizzazione
di Montesarchio nel Beneventano, che si riforniva a Ponticelli. Era il 1994 e Mario Scala, prima ai poliziotti del commissariato di Ponticelli e successivamente
a un pubblico ministero, aveva iniziato a raccontare: era il primo pusher che stava rompendo il granitico fronte omertoso della cosca. Troppo perché potesse
scampare a una punizione esemplare, tanto più che due pestaggi consecutivi
non gli avevano fatto cambiare idea. In quel periodo anche un valentissimo ispettore del commissariato di zona, al quale il giovane si era rivolto confidandogli
una serie di notizie, fu minacciato di morte insieme ai suoi congiunti. Ma senza
alcun risultato: continuò e ancora continua a rappresentare un baluardo dello
Stato in quella zona. Dell’omicidio di Mario Scala ha parlato, accusandosi come
mandante, il 6 giugno 2010 Pasquale Sarno detto “Giò-giò”. Confermando agli
inquirenti il movente dell’agguato: la collaborazione, ancora in fase iniziale, con
la giustizia. Naturalmente, come sempre in casi del genere, soltanto la fine del
procedimento penale, con l’eventuale condanna definitiva degli indagati, può
scrivere la parola fine sulla tragica vicenda. Tanto più che il corpo della vittima
fu fatto pezzi. «Io, Antonio De Luca Bossa, Giuseppe Marfella e Teresa De Luca
(unica tra i quattro che non è destinataria del provvedimento restrittivo eseguito lunedì scorso dai carabinieri, ndr) decidemmo di uccidere Mario Scala appena fosse tornato al Rione De Gasperi. Mi accordai con Antonio De Luca Bossa,
precisando che il cadavere doveva sparire. Quella sera stessa seppi che Scala
era stato ucciso. Il primo a raccontarmi gli avvenimenti fu mio cognato Vincenzo Cece, uno dei partecipi all’azione, il quale mi disse che il ragazzo era stato
prelevato da Antonio De Luca Bossa con la scusa di dover provare una partita di
droga e condotto in una villa di Varcaturo in uso a Teresa De Luca. Cece mi aggiunse che all’azione avevano partecipato anche Ciro Minichini e Giuseppe Marfella». Pasquale Sarno ha poi continuato, sempre nel corso dello stesso interrogatorio. «Mario Scala, condotto alla villa, fu prima interrogato e poi ucciso. Nel corso dell’interrogatorio confermò di avere reso delle dichiarazioni accusatorie alla
procura di Napoli, in cui aveva descritto il sistema relativamente al settore degli stupefacenti. Cece mi disse che, quando l’interrogatorio finì, lo Scala venne
ucciso a colpi di coltello, il suo cadavere fatto a pezzi e dato alle fiamme per essere poi abbandonato in un cassonetto della spazzatura sulla pubblica via in quelle zone di Varcaturo. Poco dopo, sopraggiunsero da me Antonio De Luca Bossa,
Ciro Minichini e Giuseppe Marfella, i quali mi confermarono tutto ciò che Cece
mi aveva raccontato. Il cadavere carbonizzato di Mario Scala venne trovato il
giorno successivo, ma nessuno ha mai sospettato che esso appartenesse a Scala se poteva indicargli un luogo in cui posare un fiore. Ma De Luca Bossa fece finta di non sapere niente».