lunedì 25 giugno 2012

«Ecco come si elude il carcere duro»

I. Come hanno fatto per anni i boss della camorra a comunicare dal carcere duro? Pizzini? Parole in codice durante i processi?
Per Giuseppe Misso detto “’o nasone”, ex boss del rione Sanità non
c’era nulla di più semplice: bastava attivare i suoi canali, gli uomini
giusti e parlare, con la massima
scioltezza possibile. Niente di complicato. Un “buco” nel rigido sistema di controllo del carcere duro che
Peppe Misso ha raccontato ai magistrati della Dda, un modo per aiutare i magistrati a svelare i retroscena del modo in cui tanti messaggi passavano tra le maglie “bucate” del severo regime carcerario
destinato ai capiclan della camorra e della mafia. «Quando ero detenuto al carcere duro a Spoleto
avevo chiesto di partecipare ai processi e di non rinunciare. Quindi
mi appoggiavano per il collegamento in videoconferenza dal carcere di Carinola e lì avevo i miei canali per comunicare all’esterno e
questo è avvenuto fino a quando
non ho deciso di collaborare con lo
Stato». In pratica da Spoleto era praticamente impossibile passare
messaggi e allora a Carinola usava
«un inserviente, o meglio un detenuto usato per lavoretti all’interno
del carcere e Aniello Bidognetti».
In questo modo Giuseppe Misso
“’o nasone” veniva informato di
quello che stava accadendo al rione Sanità e faceva arrivare i suoi
messaggi all’esterno. E alcuni anni fa la situazione era febbrile nella zona del rione Sanità in quanto
c’era una guerra in atto tra i suoi
nipoti, Giuseppe “’o chiatto” ed
Emiliano Zapata, e il clan Torino.
Per questo era giusto secondo lui
«predicare la calma». Il sistema che
usava per comunicare all’esterno lo ha riferito nel corso di un processo in Corte d’Assise che si sta
celebrando proprio per alcuni imputati accusati di alcuni omicidi
che sono stati commessi durante
quella guerra di camorra. Alla sbarra i killer del clan Misso, alcuni di
loro pentiti, altri invece “irriducibili”. 
«Avevo lasciato un impero quando
sono entrato in carcere, diventata
una distruzione nel giro di pochi
anni», ha detto nel corso del suo intervento dal sito riservato. Per quel
processo dove Misso ha parlato in
videoconferenza qualche mese fa
stavano per scadere i termini di custodi cautelare e adesso sono sotto processo con l'accusa di una serie di omicidi. Ieri c'è stata la senconda udienza ma il processo ancora deve entrare nel vivo. 
Va avanti il processo per i nove pregiudicati di spessore del rione Sanità accusati di essere dei killer al
servizio del clan Misso e dei Torino,
ma non senza qualche ostacolo. Se
a gennaio stavano per scadere i termini di custodia cautelare, ma per
fortuna la Procura riuscì ad emettere in tempo il decreto di giudizio
immediato, adesso la difesa di Nicola Torino è pronta alla ricusazione del collegio. Il collegio giudicante “è stato rifiutato” dai legali
dell’uomo perché ha già giudicato
Torino per un altro omicidio, dunque, si è vicini ad uno stop in Corte d’Assise prima dell’eventualità
di finire in Corte d’Assise d’appello e in Cassazione.  Si è dunque rischiato di dover rifare tutto il processo da capo. Alla sbarra ci sono
anche Vincenzo Di Maio, Gennaro
Esposito, Luigi Esposito, Marco
Hudelka, Alessandro Maisto, Salvatore Romagnolo, Vincenzo Persico, Nicola Sequino. Nel corso delle indagini, sostenute dal racconti
di decine di collaboratori di giustizia, prima fra tutti i Misso, sono stati ricostruiti nove omicidi: Mariano Sposato, Fabio Silvestri, Anna
Deviato, Marcello Buonocore, Antonio Colucci, Bruno Maltese, Ciro
Beninato e Francesco Caruso Festa, più il tentato omicidio di Ciro
Lepre e per tutti il reato di armi. In
realtà gli idagati al momento del
blitz erano il doppio poi ci sono state le pronunce del Riesame che ha
annullato molte delle ordinanze e
la Procura per questo motivo ha inteso non chiedere il giudizio.