mercoledì 6 giugno 2012

«Fatto a pezzi, bruciato e gettato»


I.  I boss avevano il sospetto che Mario Scala, vecchio
trafficante di droga del clan Sarno
di Ponticelli avesse dei rapporti
con la polizia e stesse iniziando a
fare “il cantante”, il pentito. Allora un giorno lo intercettarono, lo
portarono in una casa e lo perquisirono. Nelle tasche la prova
dei loro sospetti. Su un bigliettino di carta c’erano dei nomi di alcuni dirigenti del commissariato
di zona, segno inequivocabile che
Mario Scala stava iniziando a collaborare. Fu ammazzato senza
pietà, a coltellate. Il suo corpo fu
smembrato in tante parti e poi
bruciato. I resti sparti nei cassonetti dell’immondizia. A parlarne
tra gli altri è Pasquale Sarno detto “giò giò”. «Eravamo io, Antonio De Luca Bossa, Giuseppe
Marfella e Teresa De Luca Bossa
eravamo a Castelcapuano a seguire un processo. Apprendemmo che Scala avevano iniziato a
parlare con i magistrati e in quell’occasione decidemmo di ammazzarlo. Scala era libero in quel
momento e senza alcun obbligo.
Sarebbe stato semplicissimo ucciderlo. Quella sera stessa decidemmo con Antonio De Luca
Bossa di ucciderlo e poi far sparire il suo cadavere. Quella sera
stessa seppi che Scala era stato
ucciso. Il primo a raccontarmi fu
mio cognato Vincenzo Cece, uno
dei partecipi all’azione, il quale mi
disse che il ragazzo era stato prelevato da De Luca Bossa, con la
scusa di dover provare una partiAntonio De Luca Bossa
nella maggior parte, dai vertici del clan Sarno. Poi nelle
conclusioni, così il gip: «Davvero poco da dire. La presunzione
legislativa è resa anzi concreta dalla somma efferatezza dei
crimini, realizzati con ferocia non comune, con fredda e
lunghissima premeditazione, per biechi motivi. Omicidi che
dovevano servire a celare altre e altrettanto gravi responsabilità.
Una cruenta catena di delitti, scelte di vita pervasive e mai
abbandonate. E tutto questo in un contesto di delinquenza
organizzata dai tratti allarmanti che nessuno degli indagati pare
aver rinnegato, se si eccettua Luigi Casella la cui virata verso un
percorso di legalità sembra seria e consapevole». fapo
ta di droga che poi doveva essere distribuita. Lo Scala si occupava dello spaccio per conto del
clan. Cece mi disse che all’azione parteciparono anche Ciro Minichini e Giuseppe Marfella. Scala, condotto in quella villa, venne
prima interrogato e poi ucciso.
Confermò di aver parlato con la
Procura di Napoli, in cui aveva descritto il sistema relativamente al
settore degli stupefacenti. Cec mi
disse che quando l’interrogatorio
finì Scala venne ucciso a colpi di
coltello, il suo cadavere venne fatto a pezzi e dato alle fiamme, per
poi essere abbandonato in un cassonetto della spazzatura sulla
pubblica via in quelle zone di Varcaturo. Dopo circa una decina di
giorni dall’omicidio, Antonio De
Luca Bossa mi raccontò che si era
presentato a casa sua il fratello di
Scala per chiedergli se gli potesse indicare dove poter posare un
fiore sul cadavere del congiunto.
Sapeva che l’avevamo ammazzato noi».