mercoledì 6 giugno 2012

«Mi giurò che lo avrebbe ammazzato»


. I pentiti che hanno collaborato all’inchiesta non hanno
avuto dubbi: fu Roberto Schisa,
uno dei pregiudicati arrestati all’alba di ieri dai carabinieri del
gruppo di Castello di Cisterna, a
contribuire all’omicidio del fratello Giuseppe. Una vicenda ancora
più tragica dei delitti abituali di
camorra, anche perché la vittima
non collaborò mai con la giustizia. Ma avendo fatto capire che
poteva prendere quella decisione
a una parente a colloquio con lui
in carcere, la notizia arrivò all’entourage del clan Sarno e fu organizzata la spedizione di morte.
Dunque, fratello contro fratello per
un tradimento senza precedenti.
Se le accuse (ovviamente con la
presunzione d’innocenza) saranno confermate in giudizio, Roberto  Schisa avrebbe fatto da “specchiettista” durante l’omicidio di
Giuseppe. Quest’ultimo doveva
essere ammazzato perché aveva
intenzione di pentirsi. E il gip di
Napoli,  Antonella Terzi, non usa
mezzi termini per descrivere
un’azione da «ineffabile caino che
sparge il sangue di suo fratello
senza  tentennamenti né remore
in una infamia inescusabile e priva di  riscatto».  Secondo il giudice che ha ricostruito tutte le fasi
che hanno portato all’arresto di
Schisa e di altre 14 persone (mentre in 6 sono invece indagati a
piede libero) "non si trattava di
obbedire a degli ordini cui non ci
si poteva sottrarre ma fu proprio
Schisa a sollecitare il delitto del
Ciro Confessore
LA MALA DELL’AREA ORIENTALE.
LA STRATEGIA DEL TERRORE PER
FERMARE I PENTIMENTI: LUPARE BIANCHE, TORTURE E CADAVERI SCEMPIATI
fratello". Poi termina il resoconto
con un’amara riflessione, dettata
probabilmente anche dalla circostanza che tutti i capi del clan, al
quale Schisa si era affidato, si sono pentiti e le loro dichiarazioni
hanno portato al suo arresto. «Una
gloria effimera, nata da un calcolo dissennato e che  evaporerà,
spazzata via, paradossalmente
proprio dal pentimento di  coloro
che aveva cercato di compiacere. Chissà - scrive il giudice riferendosi a Schisa - se prova rimorso o soltanto rabbia e rammarico. Lui rischia di finire i suoi
giorni in prigione e suo fratello
e' morto invece inutilmente».
Il 21 giugno 2011 Ferdinando
Adamo racconto che dell’omicidio di Giuseppe Schisa gli aveva
parlato Vincenzo Sarno. «Mi disse
Vincenzo Sarno, detenuto con me
nel carcere di Viterbo nel giugno
2003, che all’omicidio aveva preso parte anche il fratello Roberto e
che era stato ucciso in quanto si
temeva una sua collaborazione».
Il 22 giugno del 2011 i pm della
procura antimafia raccolsero le dichiarazioni di Raffaele Cirella. “Fu
Vincenzo Sarno a dirmi che Schisa era stato ucciso da Massimo
Nocerino detto “Patacchella” e
che un ruolo decisivo nella deliberazione e nella esecuzione del
delitto aveva avuto Roberto Schisa, che aveva portato il fratello
nell’androne di un palazzo nella
zona dello “stretto” di corso Ponticelli, dove attendeva Nocerino”.