venerdì 22 giugno 2012

Passa allo Stato anche Luciano Sarno


Ho deciso di cambiare vita». E così l’ultimo boss del clan Sarno di Ponticelli
è passato dalla parte dello Stato. Luciano Sarno ha chiuso con il passato ed
è diventato collaboratore di giustizia. Rischiano l’ergastolo e il carcere per tutto il resto della sua vita. Adesso può dare un futuro diverso al suo destino e
alla sua famiglia. Era scritto il suo pentimento. Scritto nelle pagine della camorra della zona di Ponticelli. I suo fratelli sono caduti ad un ano e lui irriducibile non poteva che mollare. Sfiancato dal 41 bis, accusato dai collaboratori di giustizia, senza più un quattrino, senza i suoi fedelissimi ad aspettarlo, il capoclan ha alzato bandiera bianca e si è arreso alla morsa della legge, dello Stato e della giustizia. La prima cosa che ha fatto è stata quella di
autoaccusarsi di due omicidi: quello di Gustavo Viterbo e Luigi Amico. «Sono io il mandante e le persone coinvolte in questo processo sono tutte colpevoli». Parole pensanti che sono state pronunciate
nell’aula di giustizia al termine del processo d’appello che vede imputato il braccio armato del clan
per il duplice omicidio della guerra contro i Panico
di Sant’Anastasia per il controllo della zona. Ha prima revocato i suoi avvocati difensori al momento della costituzione delle
parti, poi prima che la Corte si ritirasse in camera di consiglio, dal sito riservato dove era detenuto, ha chiesto di essere ascoltato. Ha reso quindi dichirazioni spontanee e si autoaccusato del duplice delitto ed ha tirato in ballo anche Antonio Piccolo l’unico a non essersi autoaccusato. Adesso Luciano Sarno non è più detenuto al 41 bis e potrebbe realmente fare luce su una
lunghissima scia di sangue che ha coinvolto Napoli e la sua provincia per anni.  Era la faida tra il clan Panico e il clan Sarno, tra la camorra di Sant’Anastasia e quella di Ponticelli. In primo grado dei ventuno imputati dei SarnoPanico per gli omicidi nella faida in Corte di Assise ben tredici furono gli ergastoli comminati, molti dei quali associati ad alcuni mesi di isolamento per
mandanti ed autori degli omicidi avvenuti nel 2004 nella lotta con la famiglia
vesuviana.
Solo quattro, infatti, furono gli imputati assolti con formula piena. Il carcere
a vita fu deciso in primo grado per Luciano Sarno; per Eduardo Troiano, fedelissimo dei Sarno secondo l’accusa, più tre mesi di isolamento; medesima
pena anche per Fabio de Michele, Francesco Di Grazia, Paolo Di Grazia, Giovanni Panico, Giancarlo Gallucci, Mario Sacco, Gerardo Perillo, Ciro Perillo,
Salvatore Coppola e Salvatore Circone, Giuseppe Piscopo con sei mesi di
isolamento. Quasi tutti decisero di ammettere le
loro colpe per evitare gli ergastoli. Gli appartenenti
al clan Sarno, infatti, sono stati per diversi motivi
condannati in secondo grado per gli omicidi di Luigi Amico, Gustavo Viterbo e Ciro Coppola. Gli imputati furono arrestati nel corso di un blitz che non
solo riuscì a fare piazza pulita di tutti i boss che
dominavano l'area vesuviana per anni e anni ma
anche a fare luce su una lunga scia di sangue dovuta ad una lotta tra due clan,
i Sarno e i Panico. Il boss Luciano Sarno solo per l'omicidio di Luigi Amico,
mentre per quello di Gustavo Viterbo non c'era stata la richiesta di estradizione e quindi il gup lo ha prosciolto. I clan si combattevano con azioni di fuoco continue: l'obiettivo era uno, conquistare sempre più spazio, riuscire a
gestire quanti più traffici illeciti. Non importava che per farlo occorresse passare sui cadaveri dei luogotenenti avversari