lunedì 9 luglio 2012

Autoritratto di un boss, il libro mastro della camorra.

Mau­r­izio Prestieri, capo camor­rista, è accusato di aver ordi­nato trenta omi­cidi. Adesso col­lab­ora con i giu­dici. Così rac­conta la sua vita
di ROBERTO SAVIANO


È un tesoro quello che sta sotto terra a Scampia. Un tesoro di pietre preziose: smeraldi, topazi, rubini, lapis­laz­zuli. E dia­manti. Dia­manti soprat­tutto. Met­tono tutte le pietre nelle bot­tiglie di Coca Cola, quelle di plas­tica sia pic­cole che grandi. Dico davvero; non pazzeo”.
Resto immo­bile dopo questa riv­e­lazione. Poi chiedo al boss: “E dove si nasconde questo tesoro? Dove pre­cisa­mente?”. “Se lo sapessi, lo indicherei ai mag­is­trati. Ma bisogna cer­care: lì sta, in qualche buco sca­v­ato da qualche parte, in posti dis­sem­i­nati qua e là. Per­ché io con i miei occhi li vedevo, i Di Lauro, che anda­vano nella loro zona, in mezzo all’Arco, e poi tor­na­vano con le pietre. Alcune così grandi che non entra­vano nel buco della bot­tiglia. Con i dia­manti di Paolo Di Lauro si può las­tri­care l’autostrada Napoli-Roma…”.
A par­larmi è Mau­r­izio Prestieri, boss camor­rista del Rione Mon­terosa a Sec­ondigliano. Uno dei capi del diret­to­rio, la strut­tura che gov­er­nava l’Alleanza di Secondigliano.
I nar­co­traf­fi­canti ital­iani ormai com­prano soprat­tutto pietre preziose per rici­clare danaro. Hanno un val­ore che non si sva­l­uta mai. Anzi sale di con­tinuo, le nascondi facil­mente, e per avere liq­uid­ità non hai prob­lemi a venderle in qual­si­asi parte del mondo. Case, mac­chine, ville, te le seques­trano. Le ban­conote puoi nascon­derle in inter­ca­pe­dini, ma dopo un po’ ammuff­is­cono si dete­ri­o­rano. Ma i dia­manti… sono come diceva la pub­blic­ità, per sempre”.
Brac­cio destro di Paolo Di Lauro, Mau­r­izio Prestieri, sec­ondo le accuse, ha ordi­nato circa trenta omi­cidi. Ma appar­tiene soprat­tutto a quella sto­ria della crim­i­nal­ità orga­niz­zata che ha fatto delle cosche ital­iane le prime investitrici nel mer­cato della cocaina. Hanno pen­sato che fosse il futuro, trasfor­mando una droga d’elite in droga di massa. Quando viene arrestato nel giugno del 2003, è un boss ricco. È a Mar­bella con la sua famiglia, nel paese che rap­p­re­senta la sec­onda casa per tutte le orga­niz­zazioni crim­i­nali europee, quando non la prima: la Spagna. Dopo quat­tro anni di carcere inaspet­tata­mente decide di col­lab­o­rare e fino ad oggi le sue dichiarazioni sono state con­sid­er­ate in tutti i pro­cessi cred­i­bili e ver­i­tiere. La sua sto­ria è entrata anche in un libro. Uno dei pm dell’Antimafia parteno­pea che gestisce la sua col­lab­o­razione è Luigi Alberto Can­navale: ha fir­mato assieme allo scrit­tore Gia­como Gensini un’appassionata nar­razione, “I Mil­ionari” (Mon­dadori), ispi­rata alle vicende dei clan sec­ondiglianesi e soprat­tutto alla sto­ria di Prestieri rib­at­tez­zato nel romanzo no-fiction, Cavani. Il libro ne rac­conta l’ascesa repentina e la caduta lenta e dolorosa, in uno stile duro e asciutto. Una sto­ria che molti let­tori vor­ranno immag­inare falsa, inven­tata, romanzesca. Per­ché sapere che queste vicende sono vere ti toglie il sonno, se ancora sei uomo che res­pira e prova indignazione.
Mau­r­izio Prestieri è — era — un capo. Viene da una delle famiglie scon­fitte dalla faida di Sec­ondigliano. Ma quando inizia a col­lab­o­rare i Prestieri sono ancora forti e hanno una strut­tura eco­nom­ica sol­ida. Dopo le prime con­fes­sioni, il clan gli offre un mil­ione di euro per ogni sin­gola denun­cia che decidesse di ritrattare. Una mon­tagna di danaro per inter­rompere la col­lab­o­razione. Ma Prestieri non si ferma. Anzi denun­cia anche questo ten­ta­tivo di cor­ruzione. Non se la sente più di essere un boss. “Io resto sem­pre lo stesso. Quello che ho fatto non si può can­cel­lare. Ma posso agire in maniera diversa, ora”. Ci incon­tri­amo varie volte in una caserma. Luogo seg­reto. Orario indica­tivo. Puoi arrivare molto prima o molto dopo. Ad ogni incon­tro, Mau­r­izio Prestieri è sem­pre ele­gan­tis­simo e abbron­zato. Ges­sato gri­gio o nero, polac­chine, orolo­gio di marca. Nes­sun cenno di trasan­datezza come accade in genere agli uomini che hanno perso potere e vivono nascosti come topi.
Vi ricor­date di me?” mi chiede. “Io vi ho mandato a fare in culo, una volta… ma ora sono cam­bi­ato”. Non ho la min­ima idea a che cosa si riferisce. Ma “O’ sicco”, il “secco” come lo chia­mano a Napoli, si ricorda. “Sta­vate a un processo, mia madre mi man­dava baci, voi però cre­de­vate che quella vec­chi­etta li man­dasse a Paolo Di Lauro. Allora faceste segno come a dire, “ma chi è questa, che vuole?”. E io vi mandai a quel paese…”.
Il boss
Mau­r­izio Prestieri è uno di quei boss nati dal nulla. Rione Mon­terosa, quartiere di Sec­ondigliano, è il punto di partenza e di arrivo della sua vita. “Con il primo guadagno rica­vato da un po’ di droga, decisi di fare quello che nes­suno nel mio quartiere aveva mai fatto: volare. Lo dissi a tutti: prendo l’aereo. Sarei stato il primo della mia famiglia e il primo del mio rione a salirci sopra. Andai a Capodichino e presi il bigli­etto di un volo nazionale. Non mi impor­tava la des­ti­nazione, volevo solo che fosse il posto più lon­tano da Napoli. E il posto più lon­tano da Napoli per tutti noi era Torino. Presi l’aereo emozion­atis­simo. Atter­rai, scesi, mi feci un giro nell’aeroporto e poco fuori, e tor­nai subito indi­etro. Al mio ritorno c’erano tutti del rione che applau­di­vano. Sem­bravo Gagarin, il primo uomo nello spazio. Ero il primo sec­ondiglianese su un aereo. Tutti mi chiede­vano: “O’ Sicco, ma è vero che l’apparecchio ti porta sopra le nuv­ole?”. La mis­e­ria della per­ife­ria diventa il motore cieco e vor­ti­coso per far decol­lare un clan che si strut­tura intorno alla cocaina. “Noi pote­vamo essere fer­mati subito dallo Stato e invece siamo diven­tati ric­chi e potenti in un bat­ter d’occhio. L’economia legale ha bisogno dei nos­tri soldi ille­gali. Abbi­amo avuto tal­ento, messo nella parte sbagli­ata della soci­età…”. Quei ragazzi per i quali un volo Napoli-Torino aveva il sapore di un’impresa da astro­nauti, hanno tanta fama d’emergere quanta igno­ranza delle cose più ele­men­tari. Raf­faele Abbinante detto “Papele è Marano”, futuro capo degli scis­sion­isti, sec­ondo Prestieri, non sapeva neanche cosa fosse un assegno quando era ragazz­ino. “Mio fratello pagò una par­tita di has­cisc con un assegno e lui lo fece cadere, come se scot­tasse, dicendo: “Voglio i soldi veri, che r’è sta carta?”. E ora, vent’anni dopo, parla di borsa, inves­ti­menti nel petro­lio, prezzo dell’oro. È diven­tato un uomo d’affari”.
A scuola di omi­cidi
“Noi siamo diven­tati i numeri uno per­ché nulla ci fer­mava. Nulla ci faceva paura”. La fero­cia mil­itare dei clan sec­ondiglianesi cresce assieme alla loro capac­ità di far lievitare il danaro. Il figlio di Papele ‘e Marano, non aveva mai ammaz­zato un uomo, doveva imparare ad uccidere. Durante una faida, avere molte brac­cia che sparano non è solo un ele­mento di forza o vanto, ma anche di sicurezza. E in più un tuo uomo, per quanto fedele, può sem­pre tradire men­tre tuo figlio, il tuo sangue no. Per questo c’è la scuola di omi­cidi. “In via Cupa Car­done c’era un ragazzo che stava in una 126 bianca a spac­ciare, era un nos­tro dipen­dente. Abbinante disse al figlio di sparar­gli, che tanto era facile. Vai attingilo, muoviti, attingilo”. È un ter­mine che i camor­risti hanno mutu­ato diret­ta­mente dai referti necro­scop­ici. “Franchino scar­icò il car­i­ca­tore sul ragazzo sac­ri­fi­cato come bersaglio per il suo bat­tes­imo del fuoco. “Hai visto”, com­mentò suo padre, “è na strun­zata accirere””.
Cosimo Di Lauro dovette com­piere la stessa prova. Il principe ered­i­tario del clan respon­s­abile della guerra scis­sion­ista, non sapeva sparare. “Per ren­derlo capo, dove­vano far­gli fare almeno un omi­cidio” spiega Prestieri. “Un giorno gli hanno piaz­zato la Quaglia appo­jata”. Quaglia appol­la­iata sig­nifica obi­et­tivo facile. Dis­ar­mato, fermo, ignaro di essere nel mirino. La camorra quasi sem­pre ammazza per­sone in queste con­dizioni. “Picardi era un pusher che i Di Lauro ave­vano deciso di offrire come bersaglio a Cosimino. Si avvic­ina al pusher che si aspetta un saluto, una parola. E invece Cosimo cac­cia la pis­tola, e spara, spara, spara. Però lo prende solo di striscio e lui scappa. Insomma na figur’ e mmerd…”. Di questa fig­u­rac­cia era vietato par­lare a Secondigliano.
La fero­cia non finisce qui. Oggi, spiega Prestieri, per gli ex affil­iati del clan Di Lauro che vogliono pas­sare alla parte vin­cente degli scis­sion­isti, vige una regola sem­plice. “Devi uccidere un tuo par­ente, ne scegli uno e spari. Solo così ti pren­dono nel loro clan per­ché sono sicuri che non stai barando”. Mau­r­izio Prestieri quando parla è attento e analitico. Ti guarda negli occhi e non ti sfida. Anzi. Quando gli sei di fronte hai come una sen­sazione di tris­tezza. Un uomo così avrebbe potuto fare molto e invece ha scelto di divenire un boss come si diventa uomo d’affari. Uomo d’affari e boss per la camorra sono la stessa cosa.
Man­ager di coca
Mi offre un prob­lema di arit­met­ica della pol­vere bianca, tanto ele­mentare, quanto da capogiro. “Da un chilo di coca pura, col taglio, ricavi circa due chili se vuoi l’ottima qual­ità, se vuoi bassa qual­ità anche tre, persino quat­tro. Un chilo di coca, com­p­rese le spese di trasporto, arriva a Sec­ondigliano al prezzo di 10–12.000 euro. 50–60.000 euro all’ingrosso equiv­al­gono intorno ai 150.000 euro al det­taglio; guadagno netto di circa 100.000 euro. Se cal­coli che ci sono piazze che arrivano a vendere sino a due chili al giorno, lavo­rando 24 ore su 24, mi dici quanto può entrare in un giorno?”. Il cal­colo è sem­plice. Se pensi che un gruppo-zona può arrivare a gestire anche quindici piazze, ti entrano solo con la coca tre mil­ioni di euro ogni 24 ore. Gli chiedo dei riforn­i­menti. “La coca noi la pren­de­vamo nelle Asturie”, dice Prestieri “ave­vamo con­tatti con i baschi”. Gli ricordo che quando ho rac­con­tato in Spagna che l’Eta aveva con­tatti con la camorra è scop­pi­ato un ves­paio. “Lo so, vogliono tutti fare pace con l’Eta, e quindi non pos­sono ammet­terlo. Con un’organizzazione polit­ica puoi sederti a trattare, con una invis­chi­ata nel nar­co­traf­fico, che fai? Comunque noi com­pravamo dai baschi, erano narco baschi che l’Eta autor­iz­zava e sosteneva. Poi smet­temmo di andare là, per­ché Raf­faele Amato, “Lello o’ spag­nolo”, nos­tro ref­er­ente in Spagna, iniziò a trattare diret­ta­mente con i sudamer­i­cani. Lui aveva un ottimo rap­porto con quelli di Cali, i colom­biani che ave­vano vinto la guerra con­tro Pablo Esco­bar. Fun­ziona così: ogni carico di coca viene pagato per metà, tu resti come ostag­gio dai colom­biani e se l’altra metà non arriva, ti ammaz­zano. Ma Lello era trat­tato benis­simo nel peri­odo di, dici­amo, seque­stro. Hotel, gioco, donne”.
Mau­r­izio Prestieri in dieci anni diventa uno degli uomini più ric­chi del ter­ri­to­rio e uno dei boss più rispet­tati. Il suo portafoglio famil­iare nei momenti di mas­sima espan­sione arriva a gestire 5 mil­ioni di euro al mese. Il gioco d’azzardo e le auto di lusso diven­tano la sua osses­sione. Adora le Fer­rari, “ma mi scoc­ciavo di girare col fer­rarino a Napoli. Tutti che ti guardano, tutti addosso. Era una cafone­ria. Col Fer­rari giravo solo a Mon­te­carlo”. Prestieri, a dif­ferenza di Paolo Di Lauro, aveva il tal­ento per la vita. “Sapevo cam­pare, la vita per me era ogni giorno da vivere total­mente. Viag­giare incon­trare fare soldi fot­tere chi ti vuole male. Me la sono presa a morsi la vita. E sem­pre non facendo man­care nulla alla mia famiglia e tenen­dola lon­tana dai guai”. Inonda di coca l’Italia ma non ha idea neanche di che sapore abbia e che sen­sazione crei. “Mai usato cocaina. Se volevi essere un capo del nos­tro gruppo non dovevi drog­a­rti. Anche i casalesi ci ten­gono. Per con­trol­lare se qual­cuno tirava coca non face­vamo anal­isi o altro. Li prel­e­vavamo di notte quando tor­na­vano e li por­tavamo al cospetto di Paolo Di Lauro, gli met­te­vamo davanti un piatto di pasta: man­gia”. Quando hai pip­pato, non hai fame. Quando non man­gia­vano o si capiva che si sforza­vano, erano fuori. Fuori dalla nos­tra fidu­cia. Veni­vano degra­dati. Un buon killer non può essere pip­pato, se no fa casino. E deve andare a digiuno, per molte ragioni. La prima è che devi essere tesis­simo, nes­suna botta di sonno, non deve venirti la cacarella. La sec­onda è che se ti sparano in pan­cia e hai man­giato, sei fot­tuto subito. Se sei digiuno, puoi salvarti”.
L’antimafia gli ha seques­trato decine di libri mas­tri. Quaderni su cui sono trac­ciate le entrate e le uscite quo­tid­i­ane delle varie piazze di spac­cio, della rete del nar­co­traf­fico. Bloc-notes dove gli affil­iati seg­nano ogni giorno l’elenco delle spese. Come farebbe un salu­miere, che apre il quaderno e ci mette i nomi dei cli­enti in deb­ito, segna le uscite e le entrate, così fanno gli uomini di Prestieri. In queste centi­naia di fogli ci sono elenchi inqui­etanti. E ciò che spi­azza è l’assoluta nor­mal­ità. C’è la cifra che serve per pagare le bol­lette, le auto, le spese per le pulizie dei covi e quelle delle case. E poi spese per “Botte” che sono i colpi di pis­tola, per “Funerale Fed­erico”, i funer­ali di affil­iati uccisi, com­menti sulle spese neg­a­tive “mec­ca­nico mar­i­uolo”. Spese per le tute, un killer quando ammazza deve buttare il vestito. Molte voci riguardano “col­lo­qui”, ossia i soldi che il clan deve pagare alle famiglie degli affil­iati per andare a trovare i par­enti in carcere. Poi ci sono voci “fiori mogli”: anche i fiori da spedire il giorno del com­pleanno alle mogli da parte dei mar­iti in carcere è com­pito del clan. Numerose le cifre dei chili di has­cisc e cocaina trat­tati, le zone da dove proven­gono i soldi ZP sta per “zona puffi” ZA “zona arco” ZM “zona mon­terosa”, sono le diverse piazze di spac­cio. Non man­cano strane sigle MEoppure LO: stanno per Merda o Lota, e sono i soldi da sbor­sare men­sil­mente ai poliziotti per evitare un con­trollo o un arresto. E per molti legali c’è scritto “mesata avvo­cato”: sono messi a stipen­dio del clan.
Le stragi
Mau­r­izio non era des­ti­nato da ragazz­ino a divenire un boss. Forse avrebbe potuto esser posto, per tal­ento impren­di­to­ri­ale, a far l’investitore della famiglia. I capi del gruppo erano suo fratello Rosario, ma soprat­tutto il mag­giore Raf­faele. Caris­matico, imper­turba­bile, godeva di una fidu­cia mag­giore di un con­san­guineo presso Paolo Di Lauro. Solo che i Prestieri finis­cono in una guerra con­tro un capo­zona cui il clan aveva tolto potere, approf­ittando del suo sog­giorno obbli­gato in Toscana: Anto­nio Ruocco detto Capacec­cia. Una delle faide più feroci che si siano viste sul ter­ri­to­rio ital­iano. In una serie di ese­cuzioni, cadono decine di uomini delle due bande fino a quando il 18 mag­gio 1992 Ruocco arriva con un comando di otto uomini al bar Ful­mine di Sec­ondigliano: con mitra, pis­tole, fucili a pompa e bombe a mano ucci­dono cinque per­sone. Fra loro c’è Raf­faele, il fratello mag­giore di Mau­r­izio, il capo. C’è anche Rosario, l’altro fratello. Ciruzzo o’ mil­ionario non ragiona più e ordina un’esecuzione che le regole di mafia vietano. Uccidere la madre di Ruocco. “I clan di tutta Italia ci fecero sapere che non ave­vano con­di­viso la cosa, ma Paolo Di Lauro rispose: questo è il mio modo di fare la guerra”.
Così Prestieri diventa un capo. “Tutto rius­ci­vamo a pren­dere. Ris­toranti, bar, alberghi, case in mezzo mondo. Fab­briche, negozi, appalti. Quando Napoli inizia il prog­etto di esten­sione nell’area nord per far appaltare le nos­tre imp­rese noi bloc­cavamo le betoniere. Gli met­te­vamo un 38 in fac­cia agli autisti, li face­vamo scen­dere e ci pren­de­vamo il camion. Bloc­cavamo l’autobetoniera, e il cemento si sec­cava den­tro. Così l’impresa perdeva il cemento, perdeva l’autobetoniera che si doveva solo buttare e perdeva pure l’appalto per­ché ritar­dava i lavori. A quel punto dove­vano appaltare a noi. Coca, appalti, polit­ica, così gov­erni la vita delle per­sone. Polit­ica? “Polit­ica certo. Prenda bene gli appunti. Sono sto­rie che pos­sono sem­brarvi incred­i­bili. Ma è solo la realtà di tutti i giorni… la realtà politica”.