venerdì 13 luglio 2012

Il fratello del capoclan sotto controllo


I. La definizione completa è
“Global positioning system”, ma è
conosciuto come Gps: un apparecchio complesso quanto piccolo che
serve per monitorare continuamente gli spostamenti di un’autovettura
o di una moto. Nell’inchiesta culminata l’altro ieri in 20 arresti, di cui 4
per l’incendio al campo rom di Gianturco del 2 dicembre 2010, ha rappresentato l’asso nella manica degli
investigatori per identificare gli aderenti al nuovo clan Casella-Circone.
I carabinieri ne hanno piazzati due
sotto altrettante autovetture in uso a
Domenico Casella, alias “Mimmuccio”, fratello del capoclan Antonio
detto “Marcantonio”. Grazie ad essi,
si è potuto scoprire quali erano i luoghi di aggregazione della cosca
emergente: rione Luzzatti a Poggioreale, via Mario Palermo, la zona del
“Conocal” a Ponticelli, via Argine, via
Botteghelle di Portici. Da lì alle potenziali vittime delle estorsioni il passo è stato breve e l’indagine è decollata.
La genesi dell’inchiesta sta nel paziente lavoro d’intelligence dei militari della compagnia Poggioreale (agli
ordini del capitano Pugliese), partito dal declino del clan Sarno e dalla
presa di possesso del territorio dei
Casella-Circone-Perrella. Un gruppo
che aveva subito diretto l’attenzione
verso gli imprenditori del settore dei
trasporti, mettendoli sotto pressione.
A tutti gli emissari della cosca, in
particolare Antonio Circone, ricordava che la situazione era cambiata:
“ora il regalo lo dovete fare a voi”. Si
trattava di richieste di tangenti ovviamente, come è saltato fuori anche
da alcune riprese audio-video compiute nella saletta della Stazione dei
carabinieri di Ponticelli, dove erano
state convocate dagli uomini dell’Arma i potenziali destinatari del
“pizzo”.
“Avrai letto
sui giornali
che i Sarno
non ci sono
più e ora ci
siamo noi. Quindi il regalo lo devi fare a noi”. E poi, brandendo una mazza da baseball: “se non paghi, ti ammazzo e ti butto in quel sacco là dietro. Gli affari sono una cosa diversa
dall’amicizia”. Le frasi minacciose
sono attribuite dagli inquirenti e investigatori (Dda di Napoli, carabinieri
della compagnia Poggioreale e poliziotti della squadra mobile della questura) ad Antonio Circone detto “Tonino caramella”, uno dei ras emergenti della zona tra Ponticelli e Poggioreale coinvolti nell’inchiesta. Il
quale, insieme con Pasquale Salzano, in un’altra occasione era stato ancora più esplicito parlando con un
imprenditore sotto pressione. “Le richieste devono essere avanzate a nome di zio Tonino e di zio Pasquale”.
L’elenco di ditte che avrebbero dovuto pagare la tangente agli esponenti del clan Casella-Circone è lunghissimo.
Così come
pure gli indagati che, a
seconda delle varie posizioni, sono
accusati di
una o più
estorsioni: Fabio Buonomo, Antonio
Circone, Pasquale Salzano, Fabio Annunziata, Rosario Borrelli, Domenico
Casella, Mario Davide, Massimo Di
Siena, Carmine Romano, Ciro Rinaldi e Vincenzo Simonetti.
«Spareremo anche ai bambini»

Le minacce sono partite
da novembre di due anni fa. Da allora il clan più volte è entrato nel
campo nomadi di via Gianturco per
intimare uno sgombero immediato,
altrimenti sarebbe stato dato alle
fiamme. Le famiglie del quartiere
non volevano che i piccoli nomani
frequentassero l’istituto comprensivo “Ruggero Bonghi”, così si rivolsero ai clan della zona di Poggioreale, i Circone - Casella affinché risolvessero il problema a modo
loro: appiccando il fuoco all’accampamento e costringendo i nomadi
ad andarsene. Accadde la sera del
2 dicembre del 2010 in via Emanuele Gianturco, non distante dal
Palazzo di Giustizia. Lunedì notte,
nel corso di un’operazione congiunta di polizia e carabinieri in
venti sono stati arrestati perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di
associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, estorsione e danneggiamento seguito da incendio,
reati aggravati dal metodo mafioso
e da finalità di
odio razziale.
A quattro: Domenico Casella, Alfonso Di
Giovanni,
Emanuele Virente e Maurizio Virente viene contestato anche il reato di incendio doloso. Quell’episodio odioso, che solo per un caso non
ebbe conseguenze tragiche, è stato ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip
Lʼincendio del campo rom di via Gianturco del 2 dicembre del 2010
Siena detto “Massimone”, il quale a sua volta ha come genero
Mario Davide (uno dei quattro latitanti), che è nipote acquisito di
Antonio Circone.
Scorrendo l’elenco degli indagati, ecco altre parentele. Giovanni
Nunziata è cugino dei fratelli Annunziata detti “i castagnari”,
storici affiliati al clan con base nel rione Luzzatti del quartiere
Poggioreale. Come si può notare, i legami sono così stretti,
soprattutto ai vertici, che è difficile immaginare fuoriuscite o
tradimenti. Ecco perché il clan si era imposto rapidamente
nonostante il tentativo iniziale degli Esposito di prendere il posto
dei Sarno a Ponticelli.  lusa
Egle Pilla su richiesta del pm Vincenzo D’Onofrio. «L’incendio del
campo rom - scrive il gip a pagina
273 dell’ordinanza di custodia cautelare - offre uno spaccato di come
in un contesto ambientale di assoluto degrado l’organizzazione criminale si diffonda e pervada non solo le attività economiche, ma soprattutto l’atteggiamento della popolazione che trova più proficuo rivolgersi ai competenti delle associazioni criminali che non piuttosto
alle istituzioni pubbliche». Fondamentali le dichiarazioni di una coppia di coniugi, Costel Constantin e
Mariana Octavian, rintracciati dai
carabinieri dopo che, terrorizzati,
avevano lasciato l’accampamento.
«Verso le 21 fecero irruzione all’interno del campo cinque o sei persone su tre moto. Dopo averci pestato diedero fuoco alle baracche.
Addirittura il liquido venne cosparso
anche sugli arti inferiori di mia moglie, che riuscì a
salvarsi per miracolo. Temevamo di morire tutti».
Poi, l’indomani l’ultimatum del clan:
«Avete tempo tre giorni: se non andate via torneremo e questa volta
non ci sarà solo il fuoco: spareremo
a tutti, sia grandi che bambini. Non
stiamo scherzando».