venerdì 19 ottobre 2012

Arrestato il boss Francesco Avolio


Da qualche giorno il cerchio si stava stringendo sempre di più intorno
a lui. Fino a quando i carabinieri della compagnia Vomero hanno fatto
irruzione in un appartamento a Scampia e hanno arrestato il latitante
Francesco Avolio, 38enne soprannominato “Tyson”, esponente di spicco del clan Licciardi e nipote del ras Gennaro Trambarulo “’o montato”,
coinvolto nella stessa inchiesta.
Francesco Avolio, napoletano di via Labriola, era ricercato dal 6 giugno
scorso , quando riuscì a darsi alla macchia sfuggendo all’arresto nel corso di un’operazione dei carabinieri del Ros contro il cartello di clan chiamato “Gruppo Misto” e composto da affiliati  ai Mallardo di Giugliano,

Licciardi di Secondigliano e Bidognetti del Casertano (un’ala dei Casalesi). Quel giorno finirono dietro le sbarre 46 dei 54 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare, ritenuti a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni e detenzione di armi
da guerra. Durante le indagini era emerso che “Tyson” era il referente dei
boss della Masseria Cardone nel cartello malavitoso, creato per vari scopi. Uno dei principali era quello di raccogliere il “pizzo” in certe zone e
dividere i proventi.
I carabinieri della compagnia Vomero (guidati dal capitano Pricchiazzi)
hanno stanato Francesco Avolio mentre dormiva in un appartamento a
Scampia in compagnia della moglie. A nulla è valso il suo tentativo di fuga da una finestra sul retro dell’abitazione, che ovviamente era stata
preventivamente circondata dai militari . Vistosi senza alcuna possibilità, il latitante, che era disarmato, si è arreso senza opporre resistenza
lasciandosi pacificamente ammanettare. Francesco Avolio (fermo restando la presunzione d’innocenza fino all’eventuale condanna definitiva)
viene descritto dagli inquirenti e dal Gip che ha firmato il provvedimento
restrittivo come un esponente di primo piano del clan Licciardi, appena un gradino più in basso di Gennaro Trambarulo. I due facevano parte del cosidetto “Gruppo misto” che divideva in maniera scientifica i
proventi delle attività illecite: in primo luogo si provvedeva agli stipendi per tutti i componenti; poi venivano pagate le famiglie dei detenuti
del gruppo Bidognetti. Questa circostanza era una immediata conseguenza del fatto che la maggior parte degli episodi estorsivi riguardavano
attività commerciali presenti sul territorio storicamente controllato proprio dalla cosca casertana.
La residua  parte di ricavi era infine divisa in tre parti uguali tra i tre rappresentanti delle rispettive famiglie criminali: Francesco Diana (per i Bidognetti), Giuseppe Pellegrino (per i Mallardo) e Francesco Avolio (per
i Licciardi-Contni, imparentati tra loro come ben sanno gli appassionati di cronaca nera). La previsione degli introiti del Gruppo misto”, considerati gli esercizi commerciali da estorcere, doveva aggirarsi nel mese di Agosto 2009, intorno ai 450 mila euro.
Francesco Avolio, armato, avrebbe partecipato anche a una
riunione convocata per decidere su tre omicidi, che non furono poi
eseguiti in quando le possibili vittime si accordarono con il
“Gruppo misto”. È uno degli episodi raccontati dall’ex ras del clan
Bidognetti Francesco Guida, dal 2009 assurto ai vertici della
frangia del clan dei Casalesi e due anni dopo passato dalla parte
dello Stato. In particolare il pentito ha ripercorso la vicenda a
partire dal retroscena:; ecco alcuni passaggi delle sue
dichiarazioni, definiti importanti nell’inchiesta che fece scattare le
manette il 6 giugno scorso. «Una settimana o quindici giorni dopo
l’arresto di Michele Bidognetti, io, Stanislao Caterino e Giuseppe
Pellegrino ci siamo incontrati con il capo del clan Licciardi,
Amatrullo Gennaro detto “’o muntato” o “’o pazzo” (che secondo
la Dda sarebbe Gennaro Trambarulo, ndr), a Giugliano. Durante
quella riunione Gennaro detto “’o muntato” diede assicurazione
che avrebbero eseguito i tre omicidi (se la vedevano loro, per la
parte esecutiva) e garantirono uomini per sostenere il clan. Franco
Letizia fu poi arrestato e si pianificò una riunione nella quale si
dovevano incontrare Antonio Caterino detto “Visocc’” e Giancarlo
De Luca (le altre due possibili vittime, ndr) e, nell’occasione,
saggiare le loro intenzioni». «Prima di questa riunione era stato
stabilito di sollevare dall’incarico sia Caterino che De Luca; sulle
zone loro affidate (Domitiana e Cancello Arnone) tutto il gruppo
facente capo a me si muoveva per le estorsioni, senza di loro. Per
vedere il loro atteggiamento ed eventualmente eliminarli fu
organizzata dunque una riunione a Giugliano. Eravamo tutti
pronti ad ucciderli se necessario: Giuseppe Pellegrino si era
procurato l’acido per eliminare i corpi ed un grosso bruciatore per
riscaldarlo. Gennaro detto “o’ muntato” ed il nipote Francesco
Avolio si erano preparati con delle pistole silenziate ed eravamo
presenti anche io, Giuseppe Pellegrino e Stanislao Caterino che
aveva portato nel luogo i due. Fu Gennaro detto “o’ muntato” a
parlare: disse che era un “compagno” di “Cicciotto” ed ordinò,
rivolto ai due, che dovevo essere io a comandare, invitando a
togliere gli “screzi” da mezzo. Disse loro che “dovevano dare una
mano”: Caterino Antonio e De Luca Giancarlo acconsentirono; così
si salvarono».