mercoledì 10 ottobre 2012

Vite Parallele Paolo Di Lauro MaurizioPrestieri

Ripropongo e copio interamente l'articolo del bravissimo Roberto Saviano che qualche anno fa fece al boss della camorra Maurizio Prestieri amico fraterno e braccio destro di Paolo Di Lauro.I due come racconta Saviano si incontrarono in una caserma dei carabinieri entrambi con la propria scorte,e li Maurizio Prestieri racconto' un pezzo di storia della camorra secondiglianese entrando nei dettagli della vita del suo padrino Paolo Di Lauro raccontando episodi e aneddoti davvero inediti.Iniziando della latitanza del padrino che durante e dopo la faida stava ancorato in un lussuoso yacht a margellina,o quando corre fino in russia per riconquistare forse la vera e unica donna che gli fece dimenticare figli moglie e malavita......
“È un tesoro quello che sta sotto terra a Scampia. Un tesoro di pietre preziose: smeraldi, topazi, rubini, lapis­laz­zuli. E dia­manti. Dia­manti soprat­tutto. Met­tono tutte le pietre nelle bot­tiglie di Coca Cola, quelle di plas­tica sia pic­cole che grandi. Dico davvero; non pazzeo”.

Resto immo­bile dopo questa riv­e­lazione. Poi chiedo al boss: “E dove si nasconde questo tesoro? Dove pre­cisa­mente?”. “Se lo sapessi, lo indicherei ai mag­is­trati. Ma bisogna cer­care: lì sta, in qualche buco sca­v­ato da qualche parte, in posti dis­sem­i­nati qua e là. Per­ché io con i miei occhi li vedevo, i Di Lauro, che anda­vano nella loro zona, in mezzo all’Arco, e poi tor­na­vano con le pietre. Alcune così grandi che non entra­vano nel buco della bot­tiglia. Con i dia­manti di Paolo Di Lauro si può las­tri­care l’autostrada Napoli-Roma…”.

A par­larmi è Mau­r­izio Prestieri, boss camor­rista del Rione Mon­terosa a Sec­ondigliano. Uno dei capi del diret­to­rio, la strut­tura che gov­er­nava l’Alleanza di Secondigliano.

“I nar­co­traf­fi­canti ital­iani ormai com­prano soprat­tutto pietre preziose per rici­clare danaro. Hanno un val­ore che non si sva­l­uta mai. Anzi sale di con­tinuo, le nascondi facil­mente, e per avere liq­uid­ità non hai prob­lemi a venderle in qual­si­asi parte del mondo. Case, mac­chine, ville, te le seques­trano. Le ban­conote puoi nascon­derle in inter­ca­pe­dini, ma dopo un po’ ammuff­is­cono si dete­ri­o­rano. Ma i dia­manti… sono come diceva la pub­blic­ità, per sempre”.

Brac­cio destro di Paolo Di Lauro, Mau­r­izio Prestieri, sec­ondo le accuse, ha ordi­nato circa trenta omi­cidi. Ma appar­tiene soprat­tutto a quella sto­ria della crim­i­nal­ità orga­niz­zata che ha fatto delle cosche ital­iane le prime investitrici nel mer­cato della cocaina. Hanno pen­sato che fosse il futuro, trasfor­mando una droga d’elite in droga di massa. Quando viene arrestato nel giugno del 2003, è un boss ricco. È a Mar­bella con la sua famiglia, nel paese che rap­p­re­senta la sec­onda casa per tutte le orga­niz­zazioni crim­i­nali europee, quando non la prima: la Spagna. Dopo quat­tro anni di carcere inaspet­tata­mente decide di col­lab­o­rare e fino ad oggi le sue dichiarazioni sono state con­sid­er­ate in tutti i pro­cessi cred­i­bili e ver­i­tiere. La sua sto­ria è entrata anche in un libro. Uno dei pm dell’Antimafia parteno­pea che gestisce la sua col­lab­o­razione è Luigi Alberto Can­navale: ha fir­mato assieme allo scrit­tore Gia­como Gensini un’appassionata nar­razione, “I Mil­ionari” (Mon­dadori), ispi­rata alle vicende dei clan sec­ondiglianesi e soprat­tutto alla sto­ria di Prestieri rib­at­tez­zato nel romanzo no-fiction, Cavani. Il libro ne rac­conta l’ascesa repentina e la caduta lenta e dolorosa, in uno stile duro e asciutto. Una sto­ria che molti let­tori vor­ranno immag­inare falsa, inven­tata, romanzesca. Per­ché sapere che queste vicende sono vere ti toglie il sonno, se ancora sei uomo che res­pira e prova indignazione.

Mau­r­izio Prestieri è — era — un capo. Viene da una delle famiglie scon­fitte dalla faida di Sec­ondigliano. Ma quando inizia a col­lab­o­rare i Prestieri sono ancora forti e hanno una strut­tura eco­nom­ica sol­ida. Dopo le prime con­fes­sioni, il clan gli offre un mil­ione di euro per ogni sin­gola denun­cia che decidesse di ritrattare. Una mon­tagna di danaro per inter­rompere la col­lab­o­razione. Ma Prestieri non si ferma. Anzi denun­cia anche questo ten­ta­tivo di cor­ruzione. Non se la sente più di essere un boss. “Io resto sem­pre lo stesso. Quello che ho fatto non si può can­cel­lare. Ma posso agire in maniera diversa, ora”. Ci incon­tri­amo varie volte in una caserma. Luogo seg­reto. Orario indica­tivo. Puoi arrivare molto prima o molto dopo. Ad ogni incon­tro, Mau­r­izio Prestieri è sem­pre ele­gan­tis­simo e abbron­zato. Ges­sato gri­gio o nero, polac­chine, orolo­gio di marca. Nes­sun cenno di trasan­datezza come accade in genere agli uomini che hanno perso potere e vivono nascosti come topi.

“Vi ricor­date di me?” mi chiede. “Io vi ho mandato a fare in culo, una volta… ma ora sono cam­bi­ato”. Non ho la min­ima idea a che cosa si riferisce. Ma “O’ sicco”, il “secco” come lo chia­mano a Napoli, si ricorda. “Sta­vate a un processo, mia madre mi man­dava baci, voi però cre­de­vate che quella vec­chi­etta li man­dasse a Paolo Di Lauro. Allora faceste segno come a dire, “ma chi è questa, che vuole?”. E io vi mandai a quel paese…”.

Il boss
Mau­r­izio Prestieri è uno di quei boss nati dal nulla. Rione Mon­terosa, quartiere di Sec­ondigliano, è il punto di partenza e di arrivo della sua vita. “Con il primo guadagno rica­vato da un po’ di droga, decisi di fare quello che nes­suno nel mio quartiere aveva mai fatto: volare. Lo dissi a tutti: prendo l’aereo. Sarei stato il primo della mia famiglia e il primo del mio rione a salirci sopra. Andai a Capodichino e presi il bigli­etto di un volo nazionale. Non mi impor­tava la des­ti­nazione, volevo solo che fosse il posto più lon­tano da Napoli. E il posto più lon­tano da Napoli per tutti noi era Torino. Presi l’aereo emozion­atis­simo. Atter­rai, scesi, mi feci un giro nell’aeroporto e poco fuori, e tor­nai subito indi­etro. Al mio ritorno c’erano tutti del rione che applau­di­vano. Sem­bravo Gagarin, il primo uomo nello spazio. Ero il primo sec­ondiglianese su un aereo. Tutti mi chiede­vano: “O’ Sicco, ma è vero che l’apparecchio ti porta sopra le nuv­ole?”. La mis­e­ria della per­ife­ria diventa il motore cieco e vor­ti­coso per far decol­lare un clan che si strut­tura intorno alla cocaina. “Noi pote­vamo essere fer­mati subito dallo Stato e invece siamo diven­tati ric­chi e potenti in un bat­ter d’occhio. L’economia legale ha bisogno dei nos­tri soldi ille­gali. Abbi­amo avuto tal­ento, messo nella parte sbagli­ata della soci­età…”. Quei ragazzi per i quali un volo Napoli-Torino aveva il sapore di un’impresa da astro­nauti, hanno tanta fama d’emergere quanta igno­ranza delle cose più ele­men­tari. Raf­faele Abbinante detto “Papele è Marano”, futuro capo degli scis­sion­isti, sec­ondo Prestieri, non sapeva neanche cosa fosse un assegno quando era ragazz­ino. “Mio fratello pagò una par­tita di has­cisc con un assegno e lui lo fece cadere, come se scot­tasse, dicendo: “Voglio i soldi veri, che r’è sta carta?”. E ora, vent’anni dopo, parla di borsa, inves­ti­menti nel petro­lio, prezzo dell’oro. È diven­tato un uomo d’affari”.

A scuola di omi­cidi
“Noi siamo diven­tati i numeri uno per­ché nulla ci fer­mava. Nulla ci faceva paura”. La fero­cia mil­itare dei clan sec­ondiglianesi cresce assieme alla loro capac­ità di far lievitare il danaro. Il figlio di Papele ‘e Marano, non aveva mai ammaz­zato un uomo, doveva imparare ad uccidere. Durante una faida, avere molte brac­cia che sparano non è solo un ele­mento di forza o vanto, ma anche di sicurezza. E in più un tuo uomo, per quanto fedele, può sem­pre tradire men­tre tuo figlio, il tuo sangue no. Per questo c’è la scuola di omi­cidi. “In via Cupa Car­done c’era un ragazzo che stava in una 126 bianca a spac­ciare, era un nos­tro dipen­dente. Abbinante disse al figlio di sparar­gli, che tanto era facile. Vai attingilo, muoviti, attingilo”. È un ter­mine che i camor­risti hanno mutu­ato diret­ta­mente dai referti necro­scop­ici. “Franchino scar­icò il car­i­ca­tore sul ragazzo sac­ri­fi­cato come bersaglio per il suo bat­tes­imo del fuoco. “Hai visto”, com­mentò suo padre, “è na strun­zata accirere””.

Cosimo Di Lauro dovette com­piere la stessa prova. Il principe ered­i­tario del clan respon­s­abile della guerra scis­sion­ista, non sapeva sparare. “Per ren­derlo capo, dove­vano far­gli fare almeno un omi­cidio” spiega Prestieri. “Un giorno gli hanno piaz­zato la Quaglia appo­jata”. Quaglia appol­la­iata sig­nifica obi­et­tivo facile. Dis­ar­mato, fermo, ignaro di essere nel mirino. La camorra quasi sem­pre ammazza per­sone in queste con­dizioni. “Picardi era un pusher che i Di Lauro ave­vano deciso di offrire come bersaglio a Cosimino. Si avvic­ina al pusher che si aspetta un saluto, una parola. E invece Cosimo cac­cia la pis­tola, e spara, spara, spara. Però lo prende solo di striscio e lui scappa. Insomma na figur’ e mmerd…”. Di questa fig­u­rac­cia era vietato par­lare a Secondigliano.

La fero­cia non finisce qui. Oggi, spiega Prestieri, per gli ex affil­iati del clan Di Lauro che vogliono pas­sare alla parte vin­cente degli scis­sion­isti, vige una regola sem­plice. “Devi uccidere un tuo par­ente, ne scegli uno e spari. Solo così ti pren­dono nel loro clan per­ché sono sicuri che non stai barando”. Mau­r­izio Prestieri quando parla è attento e analitico. Ti guarda negli occhi e non ti sfida. Anzi. Quando gli sei di fronte hai come una sen­sazione di tris­tezza. Un uomo così avrebbe potuto fare molto e invece ha scelto di divenire un boss come si diventa uomo d’affari. Uomo d’affari e boss per la camorra sono la stessa cosa.

Man­ager di coca
Mi offre un prob­lema di arit­met­ica della pol­vere bianca, tanto ele­mentare, quanto da capogiro. “Da un chilo di coca pura, col taglio, ricavi circa due chili se vuoi l’ottima qual­ità, se vuoi bassa qual­ità anche tre, persino quat­tro. Un chilo di coca, com­p­rese le spese di trasporto, arriva a Sec­ondigliano al prezzo di 10–12.000 euro. 50–60.000 euro all’ingrosso equiv­al­gono intorno ai 150.000 euro al det­taglio; guadagno netto di circa 100.000 euro. Se cal­coli che ci sono piazze che arrivano a vendere sino a due chili al giorno, lavo­rando 24 ore su 24, mi dici quanto può entrare in un giorno?”. Il cal­colo è sem­plice. Se pensi che un gruppo-zona può arrivare a gestire anche quindici piazze, ti entrano solo con la coca tre mil­ioni di euro ogni 24 ore. Gli chiedo dei riforn­i­menti. “La coca noi la pren­de­vamo nelle Asturie”, dice Prestieri “ave­vamo con­tatti con i baschi”. Gli ricordo che quando ho rac­con­tato in Spagna che l’Eta aveva con­tatti con la camorra è scop­pi­ato un ves­paio. “Lo so, vogliono tutti fare pace con l’Eta, e quindi non pos­sono ammet­terlo. Con un’organizzazione polit­ica puoi sederti a trattare, con una invis­chi­ata nel nar­co­traf­fico, che fai? Comunque noi com­pravamo dai baschi, erano narco baschi che l’Eta autor­iz­zava e sosteneva. Poi smet­temmo di andare là, per­ché Raf­faele Amato, “Lello o’ spag­nolo”, nos­tro ref­er­ente in Spagna, iniziò a trattare diret­ta­mente con i sudamer­i­cani. Lui aveva un ottimo rap­porto con quelli di Cali, i colom­biani che ave­vano vinto la guerra con­tro Pablo Esco­bar. Fun­ziona così: ogni carico di coca viene pagato per metà, tu resti come ostag­gio dai colom­biani e se l’altra metà non arriva, ti ammaz­zano. Ma Lello era trat­tato benis­simo nel peri­odo di, dici­amo, seque­stro. Hotel, gioco, donne”.

Mau­r­izio Prestieri in dieci anni diventa uno degli uomini più ric­chi del ter­ri­to­rio e uno dei boss più rispet­tati. Il suo portafoglio famil­iare nei momenti di mas­sima espan­sione arriva a gestire 5 mil­ioni di euro al mese. Il gioco d’azzardo e le auto di lusso diven­tano la sua osses­sione. Adora le Fer­rari, “ma mi scoc­ciavo di girare col fer­rarino a Napoli. Tutti che ti guardano, tutti addosso. Era una cafone­ria. Col Fer­rari giravo solo a Mon­te­carlo”. Prestieri, a dif­ferenza di Paolo Di Lauro, aveva il tal­ento per la vita. “Sapevo cam­pare, la vita per me era ogni giorno da vivere total­mente. Viag­giare incon­trare fare soldi fot­tere chi ti vuole male. Me la sono presa a morsi la vita. E sem­pre non facendo man­care nulla alla mia famiglia e tenen­dola lon­tana dai guai”. Inonda di coca l’Italia ma non ha idea neanche di che sapore abbia e che sen­sazione crei. “Mai usato cocaina. Se volevi essere un capo del nos­tro gruppo non dovevi drog­a­rti. Anche i casalesi ci ten­gono. Per con­trol­lare se qual­cuno tirava coca non face­vamo anal­isi o altro. Li prel­e­vavamo di notte quando tor­na­vano e li por­tavamo al cospetto di Paolo Di Lauro, gli met­te­vamo davanti un piatto di pasta: man­gia”. Quando hai pip­pato, non hai fame. Quando non man­gia­vano o si capiva che si sforza­vano, erano fuori. Fuori dalla nos­tra fidu­cia. Veni­vano degra­dati. Un buon killer non può essere pip­pato, se no fa casino. E deve andare a digiuno, per molte ragioni. La prima è che devi essere tesis­simo, nes­suna botta di sonno, non deve venirti la cacarella. La sec­onda è che se ti sparano in pan­cia e hai man­giato, sei fot­tuto subito. Se sei digiuno, puoi salvarti”.

L’antimafia gli ha seques­trato decine di libri mas­tri. Quaderni su cui sono trac­ciate le entrate e le uscite quo­tid­i­ane delle varie piazze di spac­cio, della rete del nar­co­traf­fico. Bloc-notes dove gli affil­iati seg­nano ogni giorno l’elenco delle spese. Come farebbe un salu­miere, che apre il quaderno e ci mette i nomi dei cli­enti in deb­ito, segna le uscite e le entrate, così fanno gli uomini di Prestieri. In queste centi­naia di fogli ci sono elenchi inqui­etanti. E ciò che spi­azza è l’assoluta nor­mal­ità. C’è la cifra che serve per pagare le bol­lette, le auto, le spese per le pulizie dei covi e quelle delle case. E poi spese per “Botte” che sono i colpi di pis­tola, per “Funerale Fed­erico”, i funer­ali di affil­iati uccisi, com­menti sulle spese neg­a­tive “mec­ca­nico mar­i­uolo”. Spese per le tute, un killer quando ammazza deve buttare il vestito. Molte voci riguardano “col­lo­qui”, ossia i soldi che il clan deve pagare alle famiglie degli affil­iati per andare a trovare i par­enti in carcere. Poi ci sono voci “fiori mogli”: anche i fiori da spedire il giorno del com­pleanno alle mogli da parte dei mar­iti in carcere è com­pito del clan. Numerose le cifre dei chili di has­cisc e cocaina trat­tati, le zone da dove proven­gono i soldi ZP sta per “zona puffi” ZA “zona arco” ZM “zona mon­terosa”, sono le diverse piazze di spac­cio. Non man­cano strane sigle ME oppure LO: stanno per Merda o Lota, e sono i soldi da sbor­sare men­sil­mente ai poliziotti per evitare un con­trollo o un arresto. E per molti legali c’è scritto “mesata avvo­cato”: sono messi a stipen­dio del clan.

Le stragi
Mau­r­izio non era des­ti­nato da ragazz­ino a divenire un boss. Forse avrebbe potuto esser posto, per tal­ento impren­di­to­ri­ale, a far l’investitore della famiglia. I capi del gruppo erano suo fratello Rosario, ma soprat­tutto il mag­giore Raf­faele. Caris­matico, imper­turba­bile, godeva di una fidu­cia mag­giore di un con­san­guineo presso Paolo Di Lauro. Solo che i Prestieri finis­cono in una guerra con­tro un capo­zona cui il clan aveva tolto potere, approf­ittando del suo sog­giorno obbli­gato in Toscana: Anto­nio Ruocco detto Capacec­cia. Una delle faide più feroci che si siano viste sul ter­ri­to­rio ital­iano. In una serie di ese­cuzioni, cadono decine di uomini delle due bande fino a quando il 18 mag­gio 1992 Ruocco arriva con un comando di otto uomini al bar Ful­mine di Sec­ondigliano: con mitra, pis­tole, fucili a pompa e bombe a mano ucci­dono cinque per­sone. Fra loro c’è Raf­faele, il fratello mag­giore di Mau­r­izio, il capo. C’è anche Rosario, l’altro fratello. Ciruzzo o’ mil­ionario non ragiona più e ordina un’esecuzione che le regole di mafia vietano. Uccidere la madre di Ruocco. “I clan di tutta Italia ci fecero sapere che non ave­vano con­di­viso la cosa, ma Paolo Di Lauro rispose: questo è il mio modo di fare la guerra”.
Così Prestieri diventa un capo. “Tutto rius­ci­vamo a pren­dere. Ris­toranti, bar, alberghi, case in mezzo mondo. Fab­briche, negozi, appalti. Quando Napoli inizia il prog­etto di esten­sione nell’area nord per far appaltare le nos­tre imp­rese noi bloc­cavamo le betoniere. Gli met­te­vamo un 38 in fac­cia agli autisti, li face­vamo scen­dere e ci pren­de­vamo il camion. Bloc­cavamo l’autobetoniera, e il cemento si sec­cava den­tro. Così l’impresa perdeva il cemento, perdeva l’autobetoniera che si doveva solo buttare e perdeva pure l’appalto per­ché ritar­dava i lavori. A quel punto dove­vano appaltare a noi. Coca, appalti, polit­ica, così gov­erni la vita delle per­sone. Polit­ica? “Polit­ica certo. Prenda bene gli appunti. Sono sto­rie che pos­sono sem­brarvi incred­i­bili. Ma è solo la realtà di tutti i giorni… la realtà politica”.
L’Italia è un paese per vec­chi, la camorra invece investe sui gio­vani. L’anziano del clan sa di dover dare la pro­pria autorità a qual­cun altro: la sua espe­rienza vivrà non se man­terrà il potere ma se saprà scegliere il gio­vane a cui darlo (e si salverà se lo capirà prima che il gio­vane lo fac­cia fuori per pren­der­selo, quel potere).

Mau­r­izio Prestieri divenne presto il prefer­ito del boss dei sec­ondiglianesi Paolo Di Lauro: lo divenne per­ché era il fratello di Raf­faele, il suo più caro amico ammaz­zato. E per­ché era sveg­lio, deter­mi­nato, abile. Paolo Di Lauro non aveva mai pianto, o almeno mai davanti a qual­cuno. Una volta a Bar­cel­lona, luogo di inves­ti­mento e acquisto di coca di tutti i clan del mondo, sta­vano passeg­giando e guardando un tra­monto quando Paolo Di Lauro disse a Prestieri: “A Raf­faele sarebbe piaci­uto questo tra­monto…”. E scop­piò in lacrime.

Il boss capace di ordinare l’esecuzione della vec­chia madre di un suo nemico, di non vedere per anni i figli per poter meglio gestire i suoi traf­fici, pianse per 40 minuti di seguito davanti a un tra­monto e al pen­siero di un amico morto gio­vane. Oggi Prestieri — che incon­tro in un luogo pro­tetto dalla mia e sua scorta per­ché da tre anni è diven­tato un col­lab­o­ra­tore di gius­tizia — ricorda: “Non avevo mai visto Ciruzzo ‘o mil­ionario così”.

Il loro rap­porto diventa stret­tis­simo. Presto diventa chiara a tutti l’investitura. Una volta Di Lauro va a casa di Prestieri per­ché Mau­r­izio aveva una forte feb­bre che non guar­iva. Il boss, pre­oc­cu­pato, si pre­senta all’improvviso, bussa alla porta entra e si mette accanto a lui. Men­tre par­lano, il boss si addor­menta pro­prio lì, nel letto accanto al suo amico Mau­r­izio Prestieri. Quando gli altri uomini del clan lo ven­gono a sapere, iniziano ad invidiare Mau­r­izio più di ogni altro: aveva avuto il priv­i­le­gio di dormire con il capo. “E io temevo. A Napoli d’invidia si muore, credo che siamo il popolo più invidioso d’Italia. Per stare bene i napo­le­tani devono sem­pre pen­sare che è la for­tuna a far ottenere una cosa: non l’impegno o la capac­ità. Io avevo paura dell’invidia”.

Boss e delfino erano legati come padre e figlio. Orfano di padre molto presto, poi la perdita dei fratelli, Mau­r­izio è cresci­uto con Paolo Di Lauro. Questi l’ha all­e­vato, ha cre­duto in lui, si è fidato, l’ha con­sid­er­ato la vera testa pen­sante del gruppo. E quando ancora oggi Prestieri ne parla, si sente un chiaro tono di rispetto. “Io gli voglio bene. Lui ora mi odia. È giusto così”. Ma a quel tempo Paolo Di Lauro lo mette su un piedis­tallo: quando com­in­cia a essere stanco della sua vita, sem­pre nascosto, sem­pre lon­tano dalla vita inizia a dare più potere a Prestieri, a del­e­gare respon­s­abil­ità. Per un boss di camorra sei uomo se hai famiglia, non divorzi ma hai molte donne. Se divorzi, non sei uomo. Se non hai amanti, non sei uomo.

Ciruzzo fino ad allora non aveva avuto quasi mai amanti: aveva gen­er­ato in un lungo mat­ri­mo­nio di oltre trent’anni dieci figli. “Tutti maschi glieli aveva man­dati la provvi­denza e questo era un altro segno di pre­des­ti­nazione al comando. Era sicuro di avere a dis­po­sizione dei prìn­cipi da met­tere capo di tutte le gen­er­azioni di nar­cos a venire”.

Invece pro­prio da lì iniziò la rov­ina del clan. I figli non sep­pero gestire l’impero e tutti i dirgenti del clan si riv­oltarono. “Quando lo cer­ca­vano in mezzo mondo, lui faceva la lati­tanza a Cas­tel dell’Ovo. Si pro­prio al cen­tro di Napoli. Lo cer­ca­vano dap­per­tutto, men­tre lui era a Napoli in uno yacht nos­tro. Faceva la lati­tanza a mare. Ma poi anche in Gre­cia e Rus­sia le famiglie mafiose l’hanno pro­tetto. Ma io capii che vol­eva uscire dai tuguri, smet­tere di vivere come un monaco tutto figli e cocaina. E allora lo por­tai con me in Slove­nia. E qui Ciruzzo cam­bia: si innamora di una ragazza russa bel­lis­sima. E per lei fa cose assurde, la segue in Rus­sia, e quando lei sparisce e va a Ginevra, men­tre tutte le polizie del mondo lo ricer­cano Paolo Di Lauro rischia l’arresto e la rag­giunge col treno, la cerca tra le vie dove vive­vano le russe della zona, fa la posta sotto casa come un ado­les­cente innamorato dis­posto a tutto pur di ripren­dersi la sua fidanzata”.

Sono gli anni d’oro del clan, che ormai ege­mo­nizza assieme ai cal­abresi l’economia della coca in Italia e mezza Europa. I boss vivono sem­pre più all’estero. “La Slove­nia è per noi il par­adiso. Tutto quello che vor­remmo fosse il mondo lo trovavamo lì. Senza regole. Cas­inò, donne, amici di ogni parte del pianeta. E tutto puoi com­prare e tutto puoi ottenere. Ci stavamo anche nove mesi. Io tor­navo ogni quindici giorni a con­trol­lare gli affari dei Di Lauro men­tre Ciruzzo se ne fot­teva. Non tor­nava nem­meno per capo­danno. I figli se li dimen­ti­cava. In Slove­nia eravamo tal­mente sicuri che ci face­vamo chia­mare con i nos­tri nomi. Final­mente niente doc­u­menti falsi, niente di niente. Tanto lì le isti­tuzioni sono com­prate dalle varie mafie: i russi, i serbi, noi, i cal­abresi, i sicil­iani, i casalesi, i turchi. Tutti”.

L’Italia ha intorno a sé una serie di nazioni che le orga­niz­zazioni con­sid­er­ano come ter­ri­tori facili, dove lo Stato è molto debole, dove inve­stire è sem­plice e non esiste una cul­tura anti­mafia: Alba­nia, Gre­cia, Slove­nia, Croazia, Mon­tene­gro. “Non sono uno che può capire di crisi eco­nomiche, però posso assi­cu­rare che ad Atene e sulla costa greca Paolo Di Lauro investì per anni mil­ioni e mil­ioni di euro. Ris­toranti, hotel, con­do­mini e anche indus­trie. Lì tutti i cartelli hanno investito per anni. Questo gli ha tap­pato l’economia, erano come col­o­niz­zati… sec­ondo me per capire la crisi bisognerebbe par­tire anche da questi fatti. Però io non sono un esperto…”.

Gli uomini dei clan di Sec­ondigliano pas­sano i mesi in galat­tici hotel-casinò a chi­ud­ere affari e a diver­tirsi ai tavoli verdi. Guadag­nano for­tune e altret­tante ne sper­per­ano. “Una volta al cas­inò il diret­tore — era un amer­i­cano — si avvic­ina a Paolo Di Lauro e chiede: Paolo come mai tu non giochi? Io so gio­care solo a scopa, gli risponde Ciruzzo. Il pro­pri­etario si mise a rid­ere come a dire, che cafone che sei. Di Lauro gli fa, siediti e gioca con me, se vinci ti do due mil­ioni di euro subito, se perdi dai due mil­ioni di euro di con­sumazioni ai miei uomini. Il pro­pri­etario smise di rid­ere e lo salutò”.

In fondo i boss ital­iani hanno chiaro due cose: le per­sone ten­gono ai pro­pri soldi e alla pro­pria vita. Se a queste due cose non tieni, o fai vedere di non ten­erci, beh hai già intrapreso la strada per diventare un capo e coman­dare sugli altri. Ti stai pre­dispo­nendo a non avere paura di nulla. Prestieri era fatto così. Non indos­sava mai vestiti che costa­vano sotto i diec­im­ila euro, ma oggi ci tiene a pre­cis­are che, comunque erano abiti di classe. “Noi vive­vamo al mas­simo. La cena più cos­tosa della mia vita, me la ricordo. Eravamo io, Vin­cenzo e Paolo Di Lauro e Lello Amato, ris­torante di pesce, cham­pagne e tutto. Abbi­amo speso 12mila euro. Eppure eravamo anche bestie. Pensa che una volta andi­amo in un locale di Rim­ini: tutto il gruppo che coman­dava il clan. Rac­co­mando di vestirsi ele­ganti. E questi si pre­sen­tano con le scarpe senza calzini, con i bermuda. Tanto nes­suno può fer­marci, pen­sano. E io gli dico ma vi dove­vate vestire deco­rosi, qui non ci fanno entrare pre­sen­tati così. E Gen­naro Marino “Mckay” mi risponde: “O’ sicco, st’i scarpe l’ho pagate 700 euro.” “Mica ti chiedono lo scon­trino Mckay, vedono come sei vestito”, gli ho rib­at­tuto. Ovvi­a­mente i butta­fuori non li fecero entrare e li ho dovuti fer­mare, altri­menti erano già par­titi con “forse non stai capendo cù chi staje avenn’…” che non las­ci­ava sper­are niente di buono”.

Prestieri aveva sem­pre fre­quen­tato la Napoli di attori, can­tanti, cal­ci­a­tori: la chi­ave che apriva ogni porta era la coca. “Una volta nella villa di un attore napo­le­tano por­tai coca a volontà e tutte le ragazze, i ragazzi gli attori, tutti vol­e­vano la mia ami­cizia. Mi sen­tivo di aver con­quis­tato la fidu­cia di tutti i ric­chi della città, io che venivo da quella parte di Napoli che con­sid­er­a­vano una merda. La roba bianca della città di merda però gli piaceva molto”.

Prestieri perdeva molti soldi al cas­inò. “Gio­cavo con un tavolino per man­giare a fianco. Non mi fer­mavo mai. Solo per qualche min­uto per andare al bagno”. Tutti i gio­ca­tori d’azzardo si ricor­dano Mau­r­izio Prestieri, soprat­tutto gli appas­sion­ati di Chemin de fer, gioco che gli ha fatto perdere e guadagnare mon­tagne di danaro. “Una volta in palio c’era una Fer­rari, chi più azzec­cava colpi con­sec­u­tivi più saliva su un max­is­chermo messo al cen­tro del cas­inò, e il mio nome era il primo tra tutti i gio­ca­tori. Era solo lo sfizio di vin­cere per­ché io di Fer­rari ne avevo già tre. Poi un tizio napo­le­tano come me ingarra sette colpi con­sec­u­tivi. In un min­uto mi rag­giunge. Banco 230mila euro, e lui butta den­tro 230 mila euro. Poi arriva a 730 mila euro, non abban­dona, e io las­cia il Sabot con 750 mila euro den­tro. Così perdo la Fer­rari e un mil­ione di euro in poco più di un minuto.”

Le sto­rie di Cas­inò sono infi­nite. In questi luoghi ti adde­stri a bru­ciare danaro a con­sid­er­are tutto una roulette, a sen­tirti guappo e forte per­ché davanti a tutti ti giochi cifre da prof­itto di una azienda. Con i soldi vogliono com­prare tutto, anche le donne. “Mi ricordo che c’era una soubrette a inau­gu­rare la sta­gione del cas­inò: una delle più belle e famose in Italia. Una che stava sem­pre in tv, ospi­tata in tutti i pro­grammi. Il mio brac­cio destro impazz­iva per lei. Allora io gli dissi, vai offrile 50mila euro e vedi che viene con te a letto. Lui mi disse: O’ sicco, ma siete sicuro? Vai e non rompere le palle, gli rispondo. Lui andò e tornò tutto bas­to­nato. Che figur’ è mmerd’ho fatto, quando le ho offerto i soldi lei mi ha guardato schi­fata e ha detto: non si per­me­tta mai più. Allora io gli ho detto: ma tu devi farle vedere le fiches nella borsa, quella altri­menti pensa che sei un voc­capierto (uno che parla soltanto). Vai, offro io. Falle vedere cen­tomila euro di fiches. Dopo un po’ tornò con gli occhi lumi­nosi: O’ Sicco, ha accettato. Con­tin­u­ammo a gio­care e sic­come vince­vamo lui aveva vicino una russa bel­lis­sima, e non vol­eva più la soubrette, ma ave­vamo promesso soldi così lui andò in cam­era si fece fare solo un pompino. Per cen­tomila euro. Il pompino più caro che abbia mai pagato”.

Prestieri torna all’oggi. “Ora sono fiero di aver tenuto i miei figli fuori da tutto e apprezzo il rispetto se non è imposto dalla forza e dalla paura. Quando ero al rione e giravo con l’auto le per­sone mi fer­ma­vano, sposta­vano la loro auto per farmi parcheg­giare la mia. Mi salu­ta­vano tutti e anzi quando io non li sen­tivo o vedevo mi seguiv­ano per salu­tarmi, per far vedere che mi temevano. Mi ero fatto una casa spendendo mil­ioni e mil­ioni di euro, il bagno iden­tico a quello dell’hotel de Paris. Me la sono fatta arredare dai migliori in Italia, solo il par­quet costava una for­tuna. Insomma una casa bella. Non quelle cafone piene d’oro e por­cel­lane. Ma poi ho pen­sato che con gli stessi soldi mi com­pravo case a Posil­lipo, o al cen­tro di Milano, a piazza di Spagna a Roma. Invece io avevo costru­ito la mia reg­gia nel cen­tro di Sec­ondigliano. Eppure la log­ica del camor­rista quella è. Stare lì. Essere capi nel recinto. Oggi dove vivo qui a nord il mio vicino di casa mi saluta invita a cena me e mia moglie. Ma non sa chi sono. Nes­suno lo sa più. E sono con­tento così”.
“La camorra gestisce migli­aia e migli­aia di voti. Più la gente si allon­tana dalla polit­ica, più sente che sono tutti uguali e tutti inca­paci più noi rius­ci­amo a com­prare voti. E noi pun­tavamo sul rin­no­va­mento degli ammin­is­tra­tori locali. Abbi­amo fatto eleg­gere quello che all’epoca fu il più gio­vane sin­daco ital­iano: Alfredo Cicala sin­daco di Melito. Uscirono mille arti­coli su di lui, il gio­vane sin­daco della Margherita, dice­vano. Ma era un uomo nos­tro”. È l’ultimo col­lo­quio con Mau­r­izio Prestieri, il boss di Sec­ondigliano che ha deciso di col­lab­o­rare con la gius­tizia e da allora vive sotto pro­tezione. E la sto­ria che rac­conta, quella del sin­daco di Melito, è una sto­ria tragi­ca­mente comune in Cam­pa­nia. Cicala, dopo il tri­onfo e qualche anno in car­ica, finisce in carcere, arrestato per asso­ci­azione a delin­quere di stampo camor­ris­tico: gli ven­gono seques­trati beni per 90 mil­ioni di euro. Una somma enorme per un sin­daco di un paeso, impens­abile poter guadagnare in breve tempo una cifra così grande e impens­abile poter essere pro­pri­etario di interi agglomerati con­do­miniali del suo ter­ri­to­rio senza che dietro ci fos­sero i cap­i­tali dei clan.

In questo caso sono i soldi del nar­co­traf­fico dei Di Lauro-Prestieri. Ma Cicala non è uno qualunque: prima dell’arresto fa due car­riere par­al­lele, in polit­ica e nel clan. Diventa mem­bro del diret­tivo provin­ciale della Margherita e sec­ondo le indagini riesce ad influen­zare anche l’elezione suc­ces­siva della giunta Di Gen­naro, poi sci­olta per infil­trazione mafiosa. Chiam­ato dai camor­risti “ò sin­daco” è l’unico politico a poter pre­sen­ziare alle riu­nioni dei boss. Nat­u­ral­mente parte­cipa a diverse man­i­fes­tazioni per la legal­ità con­tro la camorra e i camor­risti (soprat­tutto con­tro le famiglie nemiche del suo clan). Insomma: la per­son­al­ità per­fetta per coprire affari e gov­ernare un territorio.

L’inchiesta “Nemesi” della Dda di Napoli che indaga sul sis­tema elet­torale a Melito descrive il clima del ter­ri­to­rio come “la Chicago degli anni ’30″. Cicala diventa il can­didato dei clan per scon­fig­gere Bernardino Tuc­cillo, can­didato sin­daco da un altro pezzo del cen­trosin­is­tra. Tuc­cillo è sti­mato, ascoltato, riso­luto, è stato sin­daco e la camorra cerca di boicot­tarlo in tutti i modi. Ha i mezzi per farlo. “Alcuni can­di­dati — ha rac­con­tato Tuc­cillo — veni­vano da me piangendo, sup­pli­can­domi di strac­ciare i mod­uli con l’accettazione delle loro can­di­da­ture. Altri, pal­lidi e impau­riti, mi comu­ni­ca­vano che ave­vano dovuto far can­di­dare le pro­prie mogli nello schiera­mento avversario”.

Una mat­tina trovò i man­i­festi a lutto che annun­ci­a­vano la sua scom­parsa aff­issi per tutta la città di Melito. Capì che era l’ultimo avviso. Come molti altri ammin­is­tra­tori per bene cam­pani Tuc­cillo fu las­ci­ato solo dalla polit­ica nazionale. Ora nel Pd locale ci sono molti mem­bri che sosten­nero e col­lab­o­rarono con Alfredo Cicala.

Prestieri conosce bene la polit­ica cam­pana. “Per i politici durante la cam­pagna elet­torale la camorra diventa roba onesta, come un’istituzione senza la quale non puoi fare niente. Io mi ero fatto uno stu­dio. Uno stu­dio ele­gante, avevo com­per­ato anti­quar­i­ato cos­toso, pezzi antichi d’archeologia, quadri impor­tanti in gal­lerie dove anda­vano tutti i grandi man­ager ital­iani per arredare le loro case. E la tappezze­ria l’avevo fatta con le stoffe com­prate dai dec­o­ra­tori che sta­vano tappez­zando il teatro La Fenice di Venezia. In questo stu­dio ricevevo le per­sone. Davo con­sigli, mi pren­devo i nomi per le assun­zioni da far fare ai nos­tri politici. Rac­coglievo le lamentele delle per­sone. Se avevi un prob­lema lo risolvevi nel mio stu­dio, non certo andando dai sin­da­cati, dagli inesistenti sportelli al Comune. Anche in questo la camorra è più effi­ciente. Ha una buro­crazia dinamica”.

Mau­r­izio Prestieri in realtà viveva sem­pre meno a Napoli sem­pre più tra la Slove­nia, l’Ucraina e la Spagna. Ma non quando c’era il voto alle porte. Durante la cam­pagna elet­torale era nec­es­saria la pre­senza del capo in zona. “Io provengo da una famiglia che votava Par­tito comu­nista, mio padre era un onestis­simo lavo­ra­tore e quand’ero pic­colo mi por­tava a tutte le man­i­fes­tazioni, io mi ricordo i comizi di Berlinguer, le bandiere rosse, i pugni chiusi in cielo. Ma poi siamo diven­tati tutti berlus­co­ni­ani, tutti. Il mio clan ha sem­pre appog­giato prima Forza Italia, e poi il Popolo delle Lib­ertà. Non so com’è avvenuto il cam­bi­a­mento, ma è stato nat­u­rale stare con chi vuole far fare i soldi e ti toglie tutti i prob­lemi e le regole di mezzo”.

Prestieri sa esat­ta­mente come si porta avanti una cam­pagna elet­torale. Dalle mie parti i camor­risti chia­mano i politici “i cav­al­lucci” : sono solo per­sone su cui puntare per farli arrivare al Comune, alla Provin­cia, al Par­la­mento, al Sen­ato, al Gov­erno. “Io una volta ho fatto anche il pres­i­dente di seg­gio, 11 anni fa. Noi fac­ciamo cam­pagna elet­torale a seggi aperti, quando è vietato, non solo per con­vin­cere e com­prare quelli che ancora non hanno votato, ma per farci vedere dalle per­sone che vanno a votare, come a dire: vi con­trol­liamo. A volte face­vamo cir­co­lare la voce che in alcuni seggi met­te­vamo le tele­camere: era una fes­se­ria, ma le per­sone si inti­mori­vano e non si face­vano com­prare da altri politici o con­vin­cere da qualche discorso”.

La cam­pagna elet­torale è lunga ma i clan riescono a gestirla con l’intimidazione da una parte e il con­senso ottenuto con un sem­plice scam­bio. “Io me li andavo a pren­dere uno per uno. Ho por­tato vec­chi­ette inferme in brac­cio al seg­gio pur di farle votare. Nes­suno l’aveva mai fatto. Garan­tivo che i seggi negli ospedali fun­zionassero, pagavamo la spesa alle famiglie povere, le bol­lette ai pen­sion­ati, la prima mesata di fitto per le gio­vani cop­pie. Dove­vano tutti votare per noi e li com­pravamo con poco. Orga­niz­zavo le gite con i pul­mini per andare a votare. I clan di Sec­ondigliano pagano 50 euro a voto e spesso cor­rompendo il pres­i­dente di seg­gio capisci più o meno se qualche famiglia, dieci quindici per­sone, si è ven­duta a un altro. Face­vamo sen­tire la gente impor­tante con un panino e una bol­letta pagati. Se la democrazia è far parte­ci­pare la gente, noi siamo la democrazia per­ché andi­amo da tutti. Poi questi ci votano e noi fac­ciamo i cazzi nos­tri. Appalti, piazze di spac­cio, cemento, inves­ti­menti. Questo è il business”.

Oggi Prestieri è quasi dis­gus­tato quando parla di queste cose, sente di aver gio­cato con l’anima delle per­sone, ed è una cosa che ti sporca den­tro. E per la polit­ica ital­iana ha un dis­prezzo totale, come tutti i camor­risti. Gli chiedo se aveva sem­pre e solo appog­giato i politici di una parte. Prestieri sor­ride: “Noi sì, a parte pic­cole eccezioni locali, come a Melito, ma la camorra si divide le zone e così si divide anche i politici. Ci scon­travamo ogni volta con i Moc­cia che hanno sem­pre sostenuto il cen­trosin­is­tra. Noi fes­teggiavamo alle elezioni politiche quando vinceva Berlus­coni e loro fes­teggia­vano alle comu­nali o region­ali quando vince­vano Bas­solino e com­pag­nia. Napoli città è sem­pre stata di sin­is­tra, e a noi ci faceva pure comodo, tutti quelli di estrema sin­is­tra che a piazza Bellini o davanti all’Orientale fuma­vano has­cisc e erba, o si com­pra­vano coca ci finanzi­a­vano. Lib­ertà, lib­ertà con­tro il potere dice­vano, con­tro il cap­i­tal­ismo e poi il fumo e la coca a ton­nel­late la com­pra­vano. Quindi quelli vota­vano pure a sin­is­tra ma poi i loro soldi noi li usavamo per sostenere i nos­tri can­di­dati del centrodestra”.

Gli chiedo se ha mai incon­trato politici di cen­trosin­is­tra. “No, mai ma sono certo che il clan Moc­cia assieme ai Lic­cia­rdi appog­gia il cen­trosin­is­tra, per­ché erano nos­tri rivali e quindi ne parlavamo con­tin­u­a­mente tra noi e anche con loro della spar­tizione dei politici. Noi ce la pren­de­vamo con loro quando vinceva la sin­is­tra, per­ché sig­nifi­cava che per loro erano più affari, più appalti, più soldi, meno con­trollo”. E politici di cen­trode­stra, mai incon­trati? “Sì certo, io sono stato per anni e anni un attivista di Forza Italia e poi del Pdl. Ho incon­trato una delle per­son­al­ità più impor­tanti del Par­tito delle Lib­ertà in Cam­pa­nia. Non posso fare il nome per­ché c’è il seg­reto istrut­to­rio, ma mi ricordo che nel marzo del 2001, pochi mesi prima delle elezioni, questa per­sona, seguita da una marea di gente, si fermò in Piazza della Lib­ertà sotto casa mia. Ero affac­ciato al bal­cone, goden­domi lo spet­ta­colo della folla che lo seguiva (tutta opera nos­tra che ave­vamo spinto la gente ad accla­marlo), e questo politico, incu­rante perfino delle forze dell’ordine che lo scor­ta­vano, incom­in­ciò a salu­tarmi lan­ciando baci a scena aperta. Scesi e andai a salu­tarlo, ci abbrac­ciammo e baci­ammo come par­enti, men­tre la folla accla­mava questa scena. Questa cosa mi piaceva per­ché non si ver­gog­nava di venire sotto la casa di un boss a chiedere voti e mi con­sid­er­ava un uomo di potere con cui dover par­lare. Sapeva benis­simo chi ero e cosa facevo. Ero stato già in galera avevo avuto due fratelli uccisi in una strage. Era nel mio quartiere, chi­unque fosse di Napoli sapeva con chi aveva a che fare quando aveva a che fare con me. Nel mio stu­dio, invece, venne in quel peri­odo un noto gine­col­ogo, una delle star della fecon­dazione arti­fi­ciale in Italia. Quando si vol­eva can­di­dare a sin­daco venne ad offrirmi 150 mil­ioni di lire in cam­bio di sostegno. Non potetti accettare poiché il clan già aveva già scelto un altro cavallo”.

I politici sanno come ricam­biare. Le strate­gie dipen­dono da che grado di coin­vol­gi­mento c’è con il clan. Se si è una diretta emanazione, non ci sarà appalto che non sarà dato ad imp­rese amiche. Se il clan invece ha dato solo un “appog­gio esterno”, il politico ricam­bierà con asses­sori in posti chi­ave. Poi ci sono i politici che devono man­tenere le dis­tanze e quindi si lim­i­tano ad evitare il con­trasto, a costru­ire zone franche o a gener­are eterni cantieri per for­ag­giare il clan e dar­gli il con­tentino. “Io mi sono sem­pre sen­tito amico della polit­ica napo­le­tana del cen­trode­stra. Per più di dieci anni ho avuto persino il per­me­sso dei dis­abili avuto per­ché ero un sosten­i­tore attivo del Pdl. In gergo di camorra quel pass noi lo chi­ami­amo il mon­goloide. Con quello parcheg­giavo dove volevo, quando c’erano le domeniche eco­logiche giravo per tutta Napoli deserta. Bellissimo”.

Padrone della coca, padrone della polit­ica negli enti locali, il clan Di Lauro — Prestieri diventa sem­pre più ricco, trova nuovi ambiti di inves­ti­mento: dalla Cina dove entra nel mer­cato del falso agli inves­ti­menti nella finanza. C’era il prob­lema di gestire i soldi, rici­clarli, inve­stirli. “Enzo, uno dei figli di Paolo Di Lauro col com­puter ci sapeva fare e spostava in un attimo soldi da una parte all’altra. E mi stupii una volta che c’era una nos­tra riu­nione, loro par­larono di acquistare un pac­chetto di azioni della Microsoft. Loro ave­vano un uomo in Svizzera, Pietro Vir­gilio, che gli faceva da col­let­tore con le banche. Senza banche svizzere noi non saremmo esistiti”.

Ma in realtà è pro­prio l’ascesa la causa della caduta. Tutto sem­bra mutare quando arriva l’attenzione nazionale su di loro, e arriva per­ché il clan ormai viag­gia sem­pre di più, tra la Svizzera, la Spagna, l’Ucraina e Di Lauro affida tutto ai figli. Questi tol­gono autono­mia ai diri­genti, ai capi­zona, che il padre con­sid­er­ava come liberi impren­di­tori. I figli gli tol­gono cap­i­tali e deci­sioni e li met­tono a stipen­dio. Si scindono. E scop­pia una guerra feroce, un mas­sacro in cui ci sono anche quat­tro morti al giorno. “Io lo dico sem­pre: non dove­vamo essere Vip, ma Vipl”. Vipl? Chiedo. E cioè? “Si la L sta per Local”. Very Impor­tant Per­son, Local! L’importante è essere impor­tanti solo nel recinto. “Il danno più grave che avete fatto scrivendo dei camor­risti è che gli avete dato troppa luce. Questo è stato il guaio. Se sei un Vipl a Scampia puoi sparare, vendere cocaina, met­tere paura, avere il bar fico di tua pro­pri­età, le fem­mine che ti guardano per­ché metti paura: insomma sei uno effi­ciente. Ma se mi metti sotto la luce di tutt’Italia il ris­chio è che la noto­ri­età nazionale mi inc­rina quella locale, per­ché per l’Italia risulto un crim­i­nale e basta. L’attenzione mi sput­tana, dice che sono uno vio­lento uno che fa affari sporchi e costringono pure mag­is­trati e poliziotti ad agire velo­ce­mente, e non ci sono più mazzette che ti difendono”.

Prestieri ha deciso di col­lab­o­rare, però non parla di sé come di un pen­tito, ma come di un soldato che ha tra­dito il suo esercito. “No, non sono un pen­tito, sarebbe troppo facile can­cel­lare così quello che ho fatto, oggi sono solo una divisa sporca della camorra”. Ma il peso di quello che ha fatto lo sente. “Le morti inno­centi che faceva il mio gruppo mi sono rimaste den­tro. Soprat­tutto una. C’era un ragazzo che dava fas­tidio a dei nos­tri impren­di­tori, gli imponeva assun­zioni, gli rubava il cemento. Dove­vamo ucciderlo ma non sape­vamo il nome. Solo dove abitava. Così uno che conosceva la sua fac­cia si apposta sotto casa con due killer. Doveva strin­gere la mano alla vit­tima: quello era il seg­nale. Passa un’ora niente, pas­sano due niente, esce poi un ragazzo, prende e stringe la mano al nos­tro uomo, al che i killer sparano subito ma questo urla “nunnn’è iss, nunn’è iss, non è lui!!” Inutile. Non solo è morto, ma poi tutti hanno detto che quel ragazzo era un camor­rista, per­ché la camorra non sbaglia mai. Solo noi sape­vamo che non c’entrava nulla. Noi e la madre che si sgolava a ripetere che suo figlio era inno­cente. Nes­suno a Napoli le ha mai cre­duto. Io moral­mente mi impeg­n­erò nei prossimi mesi a fare gius­tizia di questo ragazzo, nei processi”.

Chi­unque entra in un’organizzazione crim­i­nale sa il suo des­tino. Carcere e morte. Ma Prestieri odia il carcere. Non è un boss abit­u­ato a vivere in un tugu­rio da lati­tante, sem­pre nascosto, sem­pre blindato. È abit­u­ato alla bella vita. E prob­a­bil­mente anche questo lo spinge a col­lab­o­rare con la gius­tizia. “Il carcere è duris­simo. In Italia soprat­tutto. Noi tutti sper­avamo di essere detenuti in Spagna. Lì una volta al mese, se ti com­porti bene, puoi stare con una donna, poi ci sono palestre, attiv­ità nel carcere. Se mi dici dieci anni in Spagna o cinque a Pog­gio­re­ale, ti dico dieci in Spagna”. Così come il carcere di Santa Maria Capua Vet­ere a Caserta l’hanno costru­ito le imp­rese dei casalesi anche il carcere di Sec­ondigliano l’hanno costru­ito le imp­rese dei clan di Sec­ondigliano. “Ce lo fecero vis­itare prima che il cantiere fosse con­seg­nato. E ci scherzavamo. O’ cinese qui finisci tu. O’ Sicco su questa cella c’è già il tuo nome. Visi­ta­mmo il carcere dove ognuno di noi poi sarebbe finito. Ho fatto più di dieci anni di galera, e mai un giorno mi sono fatto il letto. Quando sei un capo della mafia ital­iana in qual­si­asi carcere ti man­dano, c’è sem­pre qual­cuno che ti rifà il letto, ti cucina, ti fa le unghie e la barba. In carcere quando non sei nes­suno è dura. Ma alla fine tutti sti­amo male in galera e tutti abbi­amo paura. Io ho visto con i miei occhi Val­lan­za­sca, che era un mito giusto per­ché al nord uomini mafiosi non li conoscono, quasi baciare le mani alle guardie. Poverino, faceva una vita di merda totale in galera, era total­mente suc­cube delle guardie. E io mi dicevo, questo è il mitico Val­lan­za­sca di cui tutti ave­vano paura? Che si mette sull’attenti e mani dietro la schiena appena passa un sec­ondino? Dopo dieci anni di galera in ver­ità sei un agnellino, tutti trem­i­amo se sen­ti­amo che stanno venendo i GOM, (gruppi oper­a­tivi mobili) che quando qual­cosa non va in carcere arrivano a mazziare”.

Fac­cio l’ultima domanda, ed è la solita domanda che nei talk show pon­gono agli ex crim­i­nali. Ridendo fac­cio il verso “Cosa direbbe ad un ragazz­ino che vuole diventare camor­rista?” Prestieri ride anche lui ma in maniera amara. “Io non posso inseg­nare niente a nes­suno. Sono tanti i motivi per cui uno diventa camor­rista, e tra questi la mis­e­ria spesso è solo un alibi. Ho la mia vita, la mia trage­dia, i miei dis­as­tri, la mia famiglia da difend­ere, le mie colpe da scon­tare. Sono felice solo di una cosa, che i miei figli sono uni­ver­si­tari, lon­tani da questo mondo, per­sone per­bene. L’unica cosa pulita della mia vita”.