mercoledì 21 novembre 2012

«Dieci i componenti del commando»


Mariano Grimaldi il 31 luglio 2009 parlò del duplice omicidio dell’ambulanza. Le sue dichiarazioni sono considerate molto importanti dalla procura antimafia in
quanto il pentito si è accusato di
aver partecipato all’agguato e
quindi si tratta di un contributo diretto all’inchiesta. Ecco alcuni passaggi, con la consueta premessa
che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«Un gruppo di cinque persone uccise Giuseppe D’Amico, rientrando subito a Miano, mentre altri
quattro seguirono l’ambulanza uccidendo Salvatore Manzo. Il gruppo che uccise D’Amico era composto da me, che guidavo la mia

Honda Transalp nera con a bordo
Antonio Lo Russo, da Oscar Pecorelli “’o malommo” che era su uno
scooter Sh grigio, da Vincenzo Bonavolta “’o cenzore”, che guidava
un altro Sh portando con sé Pasquale Angillotto detto “Linuccio
‘o cecato”. I quattro che invece uccisero Manzo erano Raffaele Perfetto, Luigi Pompeo, Massimo Tipaldi e Francesco Russo detto “Dobermann”».
Il collaboratore di giustizia si è poi
soffermato sulla dinamica dell’omicidio di Giuseppe D’Amico.
«Fu proprio la mia motocicletta a
bloccare la macchina. Io ricordo
che, ancora prima di essere colpito, D’Amico, evidentemente resosi conto della situazione, entrò all’interno di una pompa di benzina.
Dico questo per la ragione che pasIl bacio tra Vincenzo Bonavolta e la moglie
LA GUERRA TRA I CLAN DELL’AREA NORD.
ACCUSATI DEL DELITTO DI GIUSEPPE D’AMICO, UCCISO IN AMBULANZA. PRIMA TOCCÒ
AL GUARDASPALLE SALVATORE MANZO
so a spiegare. Mentre seguivamo
la macchina di D’Amico, che a sua
volta scortava l’ambulanza, Antonio Lo Russo disse a Raffaele Perfetto, la cui motocicletta viaggiava affiancata alla nostra,  di non essere in grado di riconoscere la vittima che d’altra parte neanche a
me era nota. Per essere sicuri che
fosse proprio D’Amico, Perfetto ci
disse di non preoccuparci perché
avrebbe provveduto a verificare tale circostanza. Nel senso che
avrebbe sorpassato la macchina,
portandosi la mano tra i capelli se
alla guida ci fosse stato proprio il
D’Amico. Questo sarebbe stato il
segnale e così andarono le cose.
Evidentemente D’Amico lo notò e
allora entrò in una pompa di benzina, fermandosi. Voglio precisare
che a quel punto sicuramente fece scendere una persona dalla
macchina e sono quasi sicuro che
si trattasse di una donna; dopodiché riprese a camminare come a
voler ritornare sulla strada. Fu a
qual punto che io mi misi davanti
alla macchina e Antonio Lo Russo
gli sparò contro due colpi di pistola, che furono esplosi in direzione
del vetro davanti e in direzione del
volto della vittima. Nel momento
in cui io mi spostai con la motocicletta, la macchina riprese a camminare e uscì dalla pompa di benzina. Riuscì tuttavia a fare pochissimi metri e si trovò davanti il motorino occupato da Angelotti e Vincenzo Bonavolta. A quel punto il
primo sparò due o tre volte».
l