mercoledì 21 novembre 2012

Duplice omicidio, altri cinque arresti


I. È un’inchiesta infinita quella sul duplice omicidio cosidetto dell’ambulanza, costato la vita a
Giuseppe D’Amico e Salvatore Manzo. Era quest’ultimo, vicino al clan
Stabile di Piscinola, l’obiettivo dei
sicari dei Lo Russo che il 1 giugno
del 2004 entrarono in azione in viale Colli Aminei. Gli esecutori, nella
ricostruzione della Dda e per alcuni
di essi anche della magistratura giudicante, furono almeno dieci, ma
l’ordinanza di custodia cautelare

eseguita ieri dai carabinieri riguarda soltanto l’agguato che provocò la
morte di D’Amico: un fiancheggiatore della cosca che si era prestato a
fare da scorta alla vittima designata.
All’alba i militari del Nucleo investigativo (guidato dal maggiore Lorenzo D’Aloia) hanno materialmente arrestato Vincenzo Bonavolta detto “’o cenzore”, 38enne, e Marco Salvati, 42enne ex titolare di una ditta
di trasporto infermi, entrambi in libertà. Mentre hanno ricevuto in carcere copia del provvedimento restrittivo Raffaele Perfetto detto
“muss e’ scigna”, 41 anni; Oscar Pecorelli “’o malomm”, 33enne; Pasquale Angellotti, alias “Linuccio ‘o
cecato”. I cinque sono ritenuti componenti del gruppo di fuoco (fermo
restando la presunzione d’innocenza fino all’eventuale condanna definitiva) che sparò a Giuseppe D’Amico “’o ‘nfermiere”. Con loro c’erano
secondo la procura antimafia Antonio Lo Russo (di Giuseppe), Luigi
Pompeo (genero di Salvatore Lo Russo) e Massimo Tipaldi. Il ruolo di Salvati invece, sarebbe stato di “specchiettista”.
La ricostruzione della vicenda è ormai nota, ma dall’inchiesta culminata ieri nelle misure cautelari emergono nuovi particolari grazie al contributo di due ultimi pentiti del clan
Lo Russo: Mario Centanni ed Emanuele Ferrara. Anche se le dichiarazioni più importanti ai fini processuali sono sicuramente quelle di Mario Grimaldi, collaboratore di giustizia da più tempo e componente del
gruppo di fuoco che uccise Giuseppe D’Amico. Quest’ultimo, secondola ricostruzione della Dda, si rese
conto di essere in pericolo e volle salvare una parente di Salvatore Manzo che era con lui: entrò con la
macchina in una stazione di servizio dei Colli Aminei e la fece scendere. Al rientro sulla carreggiata, i killer gli esplosero contro ben 16 colpi di pistola.
Quel giorno doveva morire Salvatore Manzo, rimasto ferito il 19 maggio precedente in un agguato a
Chiaiano. Ricoverato al Cardarelli,
l’affiliato al clan Stabile per ragioni di
sicurezza decise di farsi trasferire in
una clinica privata di San Giorgio a
Cremano. La notizia era riservata,
ma Marco Salvati venne a sapere
dello spostamento del paziente in
ambulanza e secondo l’accusa, lo riferì ai Lo Russo. Rapidamente fu organizzato l’agguato e gli assassini
si appostarono nei pressi dell’ospedale collinare.
Alle 17 e 45 l’ambulanza con Salvatore Manzo a bordo imboccò viale
Colli Aminei in discesa, diretta all’ingresso di Capodimonte della Tangenziale. Dietro c’era Giuseppe
D’Amico con la propria auto e i sicari dovettero eliminarlo mentre gli
altri complici proseguirono per bloccare il furgone sanitario. Nei pressi
della Tangenziale aprirono il portellone e spararono contro l’affiliato agli
Stabile, uccidendolo all’istante e ferendo a una gamba la moglie che
era affianco a lui.