lunedì 26 novembre 2012

Il babyboss come il padre: al carcere duro


 Vivere e morire da camorristi. Se un uomo desse importanza alla parola «vita», se riuscisse a capire che ogni giorno della propria esistenza va coniugato con un'altra parola - libertà - allora certamente rinuncerebbe a far parte di qualunque clan. Perché l'epilogo di chi interpreta il ruolo di protagonista in ogni storia criminale porta verso due strade: la morte violenta o il carcere.



Se a questo avesse pensato Mariano Abete, se non si fosse lasciato cadere addosso il peso insostenibile di un'esistenza macchiata dal crimine, forse la sua vita sarebbe cambiata. Sicuramente non avrebbe avuto l'epilogo consumatosi nel suo arresto, due giorni fa, ad opera dei carabinieri. Era tra i cinque latitanti più pericolosi tra quelli ricercati per la nuova faida di Scampia.

Ora per lui si sono aperte le porte del carcere, ma quel che più conta è che si avvia verso un duro isolamento. Già questa mattina potrebbero mettersi in moto i meccanismi che - partendo dalla Procura di Napoli - articolano le procedure necessarie all'adozione da parte del ministero della Giustizia della misura del 41 bis. Se non oggi, domani: ma è certo che Abete junior seguirà le sorti del padre Arcangelo, che sconta già il regime del carcere duro. Avrà tempo, insomma, per riflettere su una condizione di vita che lo farà piombare - a soli 21 anni - in una condizione carceraria, la stessa che viene riservata a Totò Riina, a Raffaele Cutolo e a tanti altri boss mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti.

E, c'è da giurarci, sarà decisamente meno piacevole della vita da "recluso" in casa che conduceva, per sfuggire agli agguati dei killer della Vannella Grassi e alle maglie dei controlli delle forze dell'ordine. Prima di conoscere la destinazione del 41 bis (attualmente il ragazzo è ospitato nel carcere di Secondigliano, ma presto verrà trasferito lontano da Napoli e dalla Campania), Mariano Abete sarà interrogato dal giudice per le indagini preliminari che mesi fa aveva emesso un'ordinanza cautelare che - tra gli altri destinatari - lo chiamava in causa in quanto presunto capo del sodalizio criminale scissionista.

All'interrogatorio di garanzia parteciperanno anche i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. E' datata novembre 2011 l'ascesa al vertice del gruppo criminale degli scissionisti di Abete jr. Essa coincide con l'ultimo arresto del padre Arcangelo. A tirare in ballo il 21enne arrestato nel covo segreto della casa di famigli al secondo piano del lotto TA di via Ghisleri sono, tra l'altro, alcuni collaboratori di giustizia, i quali affermano che il rampollo di casa Abete iniziò l'ascesa criminale gestendo una piazza di spaccio di marijuana a Scampia, all'interno dello chalet Bakù.

Con l'esplosione della faida, le cose si complicano per tutti, e dunque anche per la famiglia Abete. Durante un incontro in carcere Arcangelo viene intercettato mentre il ragazzo gli spiega quello che sta succedendo, con le incursioni e gli omicidi scatenati dal clan della Vannella Grassi: «Papà, sono stati prima loro... Ci hanno stretti... Siamo soli».

E a quel punto che il padre gli dà un consiglio. Gli raccomanda di non esporsi, di non girare per Scampia: «Mettiti sopra a casa e avvisa pure nel rione. Stai a sentire a me, devi restare con tua madre».