giovedì 1 novembre 2012

«Mario Savio non uccise il calabrese»


Articolo copiato dal giornale il roma scritto da Fabio Postiglione..
È un verbale di poche pagine e tutte omissate sapientemente dal pubblico ministero. Tutte tranne in una parte. Quella parte è quando il collaboratore Raffaele Scala detto “’o boss” racconta dell’omicidio di un calabrese
avvenuto negli anni Ottanta. Si tratta del delitto per il quale Mario Savio

detto “’o bellillo” è stato condannato all’ergastolo. Pena definitiva e al momento sospesa per motivi di salute in quanto l’ex boss dei Quartieri Spagnoli ha avuto un trapianto di fegato anche se al momento è in carcere perché ammanettato per il reato di estorsione. Ma questa è un’altra storia e parte da atti che sono stati depositati nel corso dell’udienza del Riesame per
Enrico e Gennaro Ricci, poi liberati su decisione dei giudici della Libertà.
Il verbale è del 17 luglio del 2008 ed è firmato da Raffaele Scala ex killer dei
Di Biasi, a loro volta ex padroni incontrati dei Quartieri Spagnoli. Ecco cosa racconta. «Voglio precisare, che in relazione a questi fatti (non si capisce quale in quanto tutto il verbale precedente è omissato, ndr) Mario Savio ha anche scritto dei libri, che ha pubblicizzato al “Maurizio Costanzo
show”, in cui ha professato la sua innocenza, ed io invece sono certo del contrario. Sono certo della sua colpevolezza per questo omicidio in quanto
ho appreso del fatto da mio cognato
Antonio Di Biasi, detto “Pavesino”.
Ricordo con precisione di quando mi
raccontò di questo episodio, perché
commentai con lui che facevano anche omicidi in trasferta facendo arricchire Mario Savio. Pavesino mi disse di aver ucciso questo calabrese, su incarico di Mario Savio, per fare un favore a un’altra famiglia calabrese implicata nei traffici di droga. In questo periodo la famiglia subì, come ho detto, un declino, perché Gianfranco Di Biasi era stato arrestato, Mario Di Biasi era a Milano». Poi nel verbale di Raffaele Scala ci sono una serie di parti
nascoste dal pubblico ministero, dove con molta probabilità ci sono nomi
e personaggi che non possono essere svelati in quanto ci sono indagini in
corso, ma l’ex ras continua il suo racconto. «Nel 1992, e precisamente il 22
luglio del 1992, incontrai al carcere di Spoleto, in regime di carcere duro
Mario Savio che intanto era stato arrestato». Raffaele Scala dunque racconta di una versione completamente diversa da quella che fino ad ora era
stata acclarata ed accertata nel corso del processo. Mario Savio era il mandante, a sparare era stato “Pavesino” per suo ordine. Cosa ben diversa dalla circostanza che Mario Savio era colui che a Milano portava il motorino
con il quale fu avvicinato la vittima. Questo è quanto raccontano le carte
depositate e per ora non ci sono ulteriori riscontri. Le domande però sorgono
spontanee: se non era Mario Savio alla guida del motorino, chi c’era? Era
un altro napoletano? Sono domande che al momento non trovano risposta
e forse non la troveranno mai almeno fino a quando un altro pentito inizi a
vuotare il sacco raccontando altri retroscena di quel delitto.