venerdì 9 novembre 2012

Scadono i termini: in libertà cinque boss


di Andrea Acampa
Scadono i termini di custodia cautelare: cinque boss del clan Licciardi
di Secondigliano ritornano a casa. La Corte d’Appello di Napoli composta dal presidente Carlo Maddalena, consigliere estensore Fernando Giannelli, consigliere Carlo Alifano ha emesso l’ordinanza di scarcerazione per
Paolo Abbatiello, Giuseppe Barbato, Giovanni Esposito, Gianfranco Leva e Gaetano Scancariello per decorrenza dei termini massimi di fase della custodia cautelare. Adesso i ras della cosca che ha come roccaforte

storica la Masseria Cardone sono di nuovo in libertà. La corte di Cassazione aveva annullato il processo di Corte d’Appello per i cinque componenti della cosca di Secondigliano. Parere contrario del procuratore generale. Rilevata che la sentenza della Corte d’Appello di Napoli del 15 luglio del 2011, confermativa nei confronti dei predetti imputati di quella del
Gip del Tribunale di Napoli del 21 ottobre del 2009 è stata parzialmente
annullata dalla Corte di Cassazione il 10 ottobre del 2012 con rinvio a nuovo esame. In sostanza sono trascorsi più di tre anni dalla pronuncia della sentenza di primo grado, e in tale termine sono compresi i periodi di
sospensione della custodia cautelare. Per questa ragione il procedimento si dovrà ridiscutere in Appello. Paolo Abbatiello, difeso dall’avvocato
Giuseppe Biondi, era detenuto al 41 bis, in carcere a L’Aquila, poi ci sono Gianfranco Leva difeso da Edoardo Cardillo e Biondi, Giuseppe Barbato, anch’egli detenuto al 41 bis a L’Aquila e difeso da Biondi che difendeva anche Gaetano Scancariello e Giovanni Esposito.
Il Procuratore generale non ha avuto dubbi, nè tentennamenti anche alla luce delle dichiarazioni di Carmine Sacco. La sentenza di primo grado
contro il clan Licciardi andava confermata e non solo, per chi è stato assolto in primo grado deve essere riformata la sentenza. È quanto chiese
la Procura nella requisitoria d'appello contro il clan Licciardi, decapitato
e praticamente sgominato nel luglio del 2008 grazie alle intercettazioni che
avevano incastrato il capo della cosca Vincenzo Licciardi, detto “'o chiatto” allora inserito tra i trenta latitanti più pericolosi d’Italia.
Nel lontano 2008 gli investigatori e gli inquirenti avevano un solo obiettivo: catturare Licciardi boss incontrastato della zona di Secondigliano e
inserito nell'elenco dei super latitanti più ricercati dall’interpool. L’unico
modo per farlo era mettere sotto intercettazione tutte le persone che erano sospettate di essere vicine alla cosca. Quando è stato braccato (era il
7 febbraio del 2008), gli inquirenti hanno usato quelle conversazioni e dato che avevano chiesto per ogni singolo cellulare captato l’autorizzazione probatoria al gip, hanno riutilizzato il tutto e decapitato l’intero clan in
un colpo solo, in pochissime ore.
Una maxi-operazione che ha portato non solo al fermo 38 persone (sei ordinanze sono state notificate in carcere in carcere mentre in sei sono ancora latitanti), ma anche al sequestro di quote mobiliari ed immobiliari
pari a 300 milioni di euro, un risultato questo mai ottenuto prima.