lunedì 3 dicembre 2012

Il pentito: «L'uomo che doveva morire al posto di Lino è un miracolato. Ci è già sfuggito tre volte»


Questa è la storia di un uomo che visse tre volte. O, per meglio dire, che sopravvisse tre volte. È il racconto che illustra una triste verità, dimostrando come la sorte sorrida a volta ai malvagi e si accanisca, invece, contro i buoni. È la ricostruzione testuale delle dichiarazioni rese da Carmine Annunziata - uno dei due figli di Anna Altamura, la «specchiettista» che lavorava per gli scissionisti di Scampia e che oggi collabora con la giustizia - il quale alle cinque del mattino del 24 novembre (il sabato successivo alla nottata in cui sua madre, Anna Altamura, si consegnò al commissariato di polizia di Scampia chiedendo protezione) ha detto molto, consentendo agli inquirenti di far chiarezza anche su altri delitti, oltre all’omicidio del povero Lino Romano.

Ecco la premessa: «Sono un affiliato al clan Abete-Abbinante, al cui interno rivesto il ruolo di “specchiettista”, vale a dire di colui che girando per le strade abitualmente frequentate dal gruppo avversario della Vannella Grassi, ha il compito di individuarne gli elementi di spicco segnalando la loro presenza in un preciso luogo».
Il 15 ottobre a cadere sotto i colpi dei killer avrebbe dovuto essere un pregiudicato affiliato ai «girati», il 22enne Domenico Gargiulo. Al suo posto venne massacrato un innocente, scambiato per il reale obiettivo dal sicario di turno, Salvatore Baldassarre, latitante. Dal racconto che fa Carmine Annunziata, pentito, emerge che Gargiulo era un obiettivo primario, uno di quelli che gli scissionisti volevano morto a tutti i costi. Non a caso gli vennero organizzate contro tre missioni di morte. Spedizioni alle quali questo giovane che aveva il ruolo di portare i rifornimenti di cocaina al clan dei girati, incredibilmente, è sempre sopravvissuto. Vediamo come.
Un primo agguato venne pianificato una decina di giorni prima del 15 ottobre. I killer sapevano che il «nemico» sarebbe andato in una discoteca di Napoli per festeggiare i 18 anni di una ragazza. Ma a quella serata Gargiulo non andò, e il commando dovette rinunciare. Secondo episodio: la sera del 15 ottobre a Marianella, quando si salvò per una serie di assurde coincidenze (gli sms mai partiti dalla casa in cui cenava con la famiglia di Anna Altamura, oltre all’errore di persona che costò la vita a Romano).
Terzo episodio, successivo solo di qualche giorno a quello del 15 ottobre. Siamo in via Limitone Arzano; all’interno del bar California, intorno alle 21, c’è proprio Gargiulo, gli scissionisti hanno avuto la soffiata, sembra quello il momento più propizio per eseguire la sentenza di morte. Due killer scendono dalla macchina, entrano nel bar, individuano Gargiulo e gli puntano in faccia una pistola. Ma l’arma si inceppa, non spara. «Alla presenza del titolare del bar - riferisce Carmine Annunziata - e di alcuni dipendenti il killer puntò alla faccia di Gargiulo l’arma, la vittima si rifugiò in un angolino. Non contento, il sicario tornò in macchina e dall’airbag prese una Uzi per rientrare e uccidere Domenico, che però nel frattempo era fuggito via».
Dalle dichiarazioni rese dai tre pentiti (madre e due figli) emerge che il ruolo degli «specchiettisti» (coloro che dovevano fare da spie al clan segnalando dove, come e quando far entrare in azione i commando di fuoco) si è in questi mesi concretizzato «pedinando affiliati al clan nemico individuati come obiettivi da uccidere, o anche i loro familiari, soggetti capaci di ricondurci a loro».