domenica 10 febbraio 2013

In carcere tutti i boss del clan Feldi


Un clan specializzato nei
traffici di droga, da Secondigliano
verso le regioni del Nord Italia, che
nel corso degli anni si era attrezzato alla grande per imporre anche il pizzo ai commercianti della
zona. Ma la lente d’ingrandimento dei carabinieri del Comando
provinciale di Napoli si era posata sui Feldi del Rione Berlingieri e
del Perrone già prima della scissione con i Licciardi della Masseria Cardone e così l’indagine coordinata dalla Dda ha portato ieri
a ben 25 arresti. Tra i destinatari

della misura cautelare ci sono i
due fratelli ras Giovanni e Vincenzo, le mogli e il figlio di uno di
essi. Complessivamente le donne
coinvolte sono quattro.
Le accuse, a seconda delle varie
posizioni, vanno dall’associazione
camorristica, all’estorsione, alla
detenzioni di armi, reati aggravati dal metodo mafioso previsto dalla legge Falcone. Ma l’inchiesta ha
permesso di accertare pure che il
clan Feldi per finanziarsi partecipava, con alcuni elementi, a rapine nel centro Italia ai danni di
agenzie bancarie, in particolare ad
Ancora e Firenze. Inoltre, i vertici
erano riusciti a mettere in piedi
un sistema di vedette e videosorveglianza, che funzionava nel Rione Berlingieri 24 ore su 24, per essere al sicuro dai blitz delle forze
dell’ordine. Va sottolineato che le
indagini si riferiscono a un periodo antecedente all’ultima faida di
Secondigliano e Scampia, ancora
in corso.
I militari dell'Arma hanno scoperto che il gruppo imponeva il “pizzo” a commercianti e imprenditori che operavano soltanto della zona di Secondigliano. Mentre invece Giovanni e Vincenzo Feldi,
conosciuti come “Gianni o’ tufano” e “Ninone o’ tufano”, insieme
con i loro affiliati agivano in spazi
maggiori per i traffici di droga: verso altri quartieri napoletani e le regioni del centro-nord.
L’inchiesta è partita dalla scissione dei Feldi dai Licciardi, avvenuta nel 2007, e dall’alleanza stretta dai “Tufano” con i Sacco-Bocchetti di San Pietro a Patierno, organizzazione nella quale era conLA CAMORRA DEL RIONE BERLINGIERI.
ASSOCIAZIONE CAMORRISTICA, TRAFFICO DI DROGA  MA ANCHE ASSALTI ARMATI NELLE BANCHE DEL CENTRO ITALIA
GIOVANNI FELDI
Dal ruolo di spicco nella cosca
alla fine dei rapporti con Sacco
NAPOLI. Affiliato di vertice unitamente ai fratelli, Giovanni Feldi ha
provveduto a gestire il sodalizio di appartenenza. Sottoposto ad
intercettazione, - scrive il gip - dopo l’arresto del fratello Vincenzo, si è
potuta accertare a sua azione direttiva anche in considerazione del fatto
che gli altri fratelli fossero detenuti. Il collegamento tra l’indagato ed il
fratello Francesco è avvenuto grazie all’intermediazione svolta dal
figlio Antonio, detto “Tony”. L’attività tecnica svolta nei confronti di
Giovanni Feldi ha permesso di cogliere, in tutta la sua evidenza, il
deteriorarsi del rapporto di complicità con il capo clan Gennaro Sacco.
All’indomani dell’omicidio di Antonio Vizzaccaro alias “Vito”,
fedelissimo e luogotenente dei Feldi, sono stati intercettati alcuni
dialoghi telefonici durante i quali Antonio Feldi metteva in guardia il
padre, in quel periodo agli arresti domiciliari a Scauri, da Vincenzo
Caiazzo alias “Sbirulino” e Stefano Foria, ritenendoli probabili autori
dell’omicidio, con ogni probabilità deliberato da Gennaro Sacco. Avuta
notizia di ciò, Giovanni Feldi decideva di rompere gli obblighi -
venendo tratto in arresto - mentre si accingeva a far rientro a Napoli.
Dell’identificazione di Giovanni Feldi si ha la certezza perché durante
le indagini è stato interessato alle intercettazioni quando era sottoposto
alla misura cautelare del divieto di dimora e poi a quelle ambientali e
epistolari successivamente al suo arresto, presso il carcere di Latina.
fluito anche il ras Giovanni Cesarano del rione Kennedy di Secondigliano. Un ruolo di spicco avevano acquisito, durante la detenzione dei mariti, le mogli di Giovanni e Vincenzo Feldi, ritenute a
pieno titolo inserite nell’organigramma nel gruppo del Rione Berlingieri. Le indagini, che pure si
sono avvalse della collaborazione
di alcuni pentiti, sono andate
avanti soprattutto con i classici
strumenti investigativi: intercettazioni telefoniche e ambientali,appostamenti, pedinamenti. Fino
a quando il materiale raccolto è
bastato ai pm della procura antimafia (coordinati dal procuratore
aggiunto Giovanni Melillo) per
chiedere e ottenere i provvedimenti restrittivi..
Estorsione con il metodo della riffa..

. Un sistema nuovo, innovativo che poteva in qualche
modo portare ad evitare una denuncia o addirittura l’arresto. Una
estorsione sottile quanto fastidiosa, come tutte le pressioni che
esercita la camorra. Lo racconta
Carmine Sacco, pentito della cosca dell’area nord nel corso di un
colloquio con il pubblico ministero. «Nelle attività estorsive i
Feldi erano aiutati da altri esponenti della zona, tra cui Luigi Carella se ben ricordo, che io conosco come “Giggino ‘a gallina”, tale ‘o Russo o a treglia, e da altri
giovani che conoscevo di vista. I
destinatari delle richieste estorsive erano le imprese edili che lavoravano nelle zone del Berlingieri
e di San Pietro a Patierno e altre
volte commercianti di scarpe di
San Pietro».
Come racconta Sacco al pubblico ministero, «le estorsioni ai
commercianti di San Pietro avvenivano col sistema delle “giocate
di numeri” che noi chiamavamo
“i blocchetti”, sistema che io ho
già descritto nei miei precedenti
interrogatori. In questa sede ribadisco che si trattava di piazzare blocchetti con apparenti giocate di numeri da estrarre, successivamente gli affiliati, tra cui
Antonio Zaccaro, i fratelli Feldi,
Giggino ‘a gallina, e comunque
tutto il gruppo di San Pietro si recavano a riscuotere le somme delle estorsioni ai commercianti».
«Per quel che riguarda le imprese edili», racconta ancora Sacco,
«posso dire che veniva valutato
l’importo dei lavori commissionati e di conseguenza veniva richiesta alle vittime la percentuale del 3-4%. Tali richieste venivano poste in essere dalle stesse
persone di cui ho parlato in precedenza. Preciso che il riferimento di tutti era sempre il predetto
“Bombolone” che operava sempre in stretta sintonia con Antonio Zaccaro e Gennaro Sacco. Tra
noi del grppo Sacco-Bocchetti ed
i Feldi c’è stata sempre una stretta alleanza, tanto che posso dire
che eravamo “una cosa sola”, per
cui io potevo recarmi sempre senza problemi nel rione Berlingieri.
Continuai ad incontrare Giovanni, Vincenzo e Francesco Feldi
con regolarità, pure in strada, finoll’anno 2006 quando iniziò il
mio periodo di detenzione che
tuttora perdura».

Nel carcere di Ancona a telefono:
direttive agli affiliati via sms

È stata propria l’intercettazione di alcuni colloqui
telefonici intrattenuti da Vincenzo Feldi a far partire l’indagine nei
confronti del gruppo dei Tufano. Il monitoraggio dell’indagato - così
come precisato dal giudice - ha consentito di ampliare l’intera
attività giungendo con il passare del tempo a delineare l’intero
organigramma de gruppo criminale.
Vincenzo Feldi ha utilizzato diverse schede telefoniche con
intestazioni fittizie. La sua identificazione è certa poiché, mentre
veniva monitorato, nel 2008 è stato tratto in arresto per aver
perpetrato una rapina ai danni di un istituto di credito nelle
Marche.
Nella circostanza furono sequestrati alcuni cellulari con schede Sim
da lui utilizzati unitamente a complici.
L’attività è proseguita in quanto ha illegalmente utilizzato un
telefono cellulare che deteneva all’interno del carcere di Ancona
attraverso il quale contattava la moglie e vari altri affiliati per
impartire le direttive nell’organizzazione del gruppo Feldi,
conservazioni censite con decreto numero 534/09 del 29/1/2009.
Anche questa utenza è stata sottoposta ad intercettazione
telefonica prima che la stessa venisse rinvenuta e sequestrata dalla
polizia penitenziaria.

Figlio di Giovanni, è l’artefice
delle affiliazioni tra i gruppi

Figlio di Giovanni Feldi, Antonio nonostante la sua giovane
età ha garantito il collegamento tra i tre fratelli. L’identificazione è
avvenuta attraverso le intercettazioni telefoniche ed ambientali dei
colloqui intercorsi presso le case circondariali di Ariano Irpino e
Latina, dove l’operazione si è svolta attraverso il documento di
identità esibito al personale della polizia penitenziaria dove era
rinchiuso il padre. La sua identificazione - stando a quanto precisato
il giudice - è stata avvalorata non solo dalla corrispondenza
epistolare intercorsa con il padre e lo zio Francesco Feldi ma anche
nei contenuti delle conversazioni telefoniche intercorse con il padre
Giovanni sull’utenza monitorata nelle quali nel rivolgersi a Giovanni
Feldi lo chiamava papà. Inoltre, tra il 27 ed il 28 novembre 2008 il
padre Giovanni lo chiamava sulla sua utenza telefonica per
comunicargli che si stava recando a Napoli e per questo motivo
veniva tratto in arresto per violazione della misura alla quale era
sottoposto. L’identificazione di Antonio “Antony” Feldi, figlio di
Francesco (deceduto), è avvenuta invece attraverso le intercettazioni
ed i rilievi ambientali dei colloqui intercorsi presso la casa
circondariale di Ariano Irpino dove l’identificazione è stata assicurata
attraverso il documento di identità esibito alla polizia penitenziaria
nel carcere dove era rinchiuso suo padre.