sabato 23 marzo 2013

La superalleanza: arrestati tre capiclan


Articolo copiato da il giornale il roma,scritto da Valentina Noviello..
Un’alleanza solida, un vero e proprio patto di ferro, stipulato
da tre superclan per mettere in ginocchio, con il pizzo e le estorsioni,
l’intero litorale domizio. Un sodalizio
voluto fortemente dai Bidognetti,
stando alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, per cercare alleati affidabili con i quali fronteggiare le numerose indagini, coordinate
dai magistrati della Procura Distrettuale, dopo l’arresto dei componenti della frangia estremista dei Casalesi capeggiati da Giuseppe Setola.

A distanza di meno di un anno dalla maxi-operazione che portò all’arresto di 43 persone, ieri un altro colpo al “gruppo misto” Mallardo-Licciardi-Bidognetti con l’operazione
Lilum-atto secondo. All’alba di ieri i
carabinieri del raggruppamento operativo speciale hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia
cautelare in carcere, emessa dal giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Napoli a seguito di indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia, nei confronti di
tre soggetti gravemente indiziati del
reato di associazione di stampo mafioso. Destinatari dell’odierna misura cautelare sono Pasquale Barbato e
Massimo Di Cicco, storici soggetti
collegati al clan Mallardo di Giugliano, e Gennaro Trambarulo, personaggio di spicco del clan Licciardi
di Secondigliano. Centrale, nell’ambito dell’esecuzione dei provvedimenti restrittivi messi a segno ieri,
il ruolo dei collaboratori di giustizia.
Tra questi Giuliano Pirozzi, affiliato
del clan egemone a Giugliano e poi
passato con lo Stato, che ha fornito
una serie di dichiarazione confermate poi dall’attività investigativa.
Prosieguo di una lunga e complessa
attività d’indagine avviata qualche
tempo fa dalla quale emerse l’esistenza di una solida alleanza, funzionale ad una gestione unitaria delle attività estorsive e delle altre attività illecite nel litorale domizio tra i
tre clan, una sorta di gruppo misto
al vertice del quale figurava un direttorio costituito da Giuseppe Pellegrino, Gennaro Trambarulo e Francesco Diana, rispettivamente del
clan di Giugliano, della cosca dell’area nord di Napoli, e dell’ala bidognettiana dei casalesi. Un’alleanza -
come sottolineato dal procuratore
aggiunto, Federico Cafiero de Raho
- inedita che si era «resa necessaria
soprattutto per le esigenze della
componente casalese, vessata dalla
effettuazione di numerose indagini,
coordinate dai magistrati della Procura Distrettuale e culminate in operazioni di polizia ed arresti di quasi
tutti gli affiliati che ne avevano gravemente intaccato l’operatività sulterritorio». Da qui la necessità per i
Bidognetti di «correre ai ripari per
riuscire in qualche modo a mantenere il controllo criminale del litorale; non potendo più contare su un
numero sufficiente di affiliati a piede libero in grado di garantire il controllo del territorio, il gruppo “Bidognetti” nelle sue figure apicali ha ritenuto che il ricorso ad un’alleanza
con altre famiglie di solida tradizione camorrista fosse l’unica via percorribile in quel dato momento storico, per garantirne la sopravvivenza». Secondo l’accordo stipulato dalle tre componenti dei clan, ogni famiglia metteva a disposizione del
“gruppo misto” alcuni propri affiliati, i quali sarebbero stati coordinati
dalla triade del direttorio, sovrintendendo così a tutte le attività estorsive e di traffico di stupefacenti nei
territori di Lusciano, Parete, Cancello Arnone e del litorale domizio, appunto, insistenti anche nel Comune
di Giugliano, da Ischitella a Pescopagano e creando una “cassa comune”al fine di dividere i proventi
delle attività illecite tra gli affiliati.
Importantissime indicazioni sull’esistenza del “gruppo misto” e sul
suo funzionamento sono state fornite da uno dei suoi componenti di
vertice, Francesco Diana, arrestato
nel luglio 2009 e poi divenuto collaboratore di giustizia; ma anche altri
affiliati hanno successivamente confermato il quadro generale tracciato
dal membro del “direttorio”, quali suo
cognato Michele Barone e Massimo
Amatrudi, anche loro membri della
componente bidognettiana. Un’alleanza, quella del gruppo misto, che
ha dato vita ad una cassa comune
tra i tre clan pronti a spartirsi gli introiti di una delle zone economiche
più redditizie del casertano, e che
sarebbe stata confermata anche da
altri pentiti di camorra (Salvatore Laiso, Raffaele Piccolo, Giovanni Mola).